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12 dicembre - politica in cantina
Io, B., e il bianco dei Monti
Discussioni tra ansia per il futuro e sicumera da bar

Questa fase ha qualcosa di importante: ha riportato le persone a discutere di politica, magari per denigrare, magari per esprimere sconcerto, distacco, scetticismo. E' quella che Maestro Lucio Magri chiamava "la positività della crisi".


In questo gioco l'attenzione di tutti è affrancarsi da tutto. Nessuno esprime chiaramente il suo intendimento, il suo punto di vista, il suo sentire circa l'attuale situazione. Nessuno dice: "io sono riformista e credo che"... "io sono berlusconiano e ha ragione il Cav"... "Sto con Monti, con lui la via la verità e la luce"... Chiaramente cazzeggio molto, ma solo per indicare la rinuncia ad impostare la visione delle cose secondo il vaglio della soggettività, mediamente, da parte delle persone parlanti. Anche tra gli stessi addetti al lavoro. Si ritiene di fotografare la realtà e prendere le distanze, invece proprio così si dà libera espressione alla propria soggettività in crisi. Ma questa non è, non c'è consapevolezza, non appare: "La crisi è del mondo, non mia" - se si potesse esprimere questa sarebbe la locuzione.


"Monti non deve farsi designare". "Monti non deve fare la campagna elettorale". Monti in questo, solo in questo, somiglia al suo antagonista Berlusconi nel senso che è il principe designato dalla Storia che sceglie il suo popolo, non è scelto dal popolo come vorrebbe la retorica della democrazia. Monti è ufficialmente entrato in campagna elettorale da quella sua intervista a Uno Mattina dove ha concluso coi problemi del nipotino chiamato Spread dagli amichetti. E la sua sarà una partecipazione alla politica che farà discutere. Non farà comizi, non farà cene, non avrà designazioni, se non qualche esortazione. Gli basteranno quattro esternazioni pubbliche, tra queste una conferenza alla stampa mondiale in cui farà il punto di quel che ha fatto e quanto c'è da fare. Detto questo il gioco è fatto. E sarà lui il vero contendente di Silvio Berlusconi. Non Bersani. Primarie, dibattiti, discussioni di partito, di piazza, nei bar, chiacchiere sul leader democratico giusto per questa fase diventeranno cronaca vecchia. Già lo sono. E Bersani forte del suo risultato, comunque forte, sarà - gioco forza (con ridondanza consapevole) - sarà obbligato a sostenere un governo tecnocrate, anche laddove dovesse esser lui il leader dalla coalizione vincente.


Chi vince, chi perde, sono questioni di lana caprina. Forse sono questioni che non attengono neanche più allo sport. Importante è l'evento, l'importante è esserci. L'importante è non essere morto - nel senso non essere passato, derubricato, attuale per le forze in campo. Il "chi vince, chi perde" sono questioni riguardanti il lotto, ma anche la discussione antecedente all'evento elettorale. Dopo si configurano come mera trascrizione di chi è chiamato ad essere funzionario in un'Europa povera, antica, bolsa ma che cerca disperatamente di difendersi.


In tutto questo l'urlatore delle Cinque Stelle aiuta a fare un po' di folklore. Ci ricorda che siamo vivi, che abbiamo pulsioni. Ma in conclusione il suo insegnamento consiste nel fatto che queste volizioni sono sprecate se dedicate alla politica. La sua gloria sta già declinando e noi lo ricorderemo come una brava persona, un po' scema, un po' furba, un po' patetica da farsi strumentalizzare dai suoi stessi soldati che una volta arrivati si venderanno, almeno gran parte di loro, al migliore offerente. Come hanno fatto i vari Scillipodi, Maruccio e compagnia candando. Di lui rimarrà la figura patetica che è.


l'angelo necessario