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08 ottobre - necrologio
In morte di Giulio Andreotti
Da un punto di vista non sospetto il saluto a quello che in tutte le sue virtù e i presunti errori deve essere considerato uno dei padri della patria


Rimarrà indelebile la sua geniale capacità di governare un partito-Stato, la Dc, con una componente che superava di poco il sei per cento, tenendo così in mano le redini di un paese e di un partito in contempo.

In lui si condensa l'idea di centro che caratterizza l'ideologia politica italiana. Un centro che non rappresenta una vera e propria proposta politica, quanto la necessità di una mediazione in una dialettica che reduce della Resistenza, in cui esistono solo cattivi o buoni, guelfi o ghibellini, Montecchi o Capuleti. Il Divo Giulio rappresenta anche il cinismo di esaltare gli estremi di questo scontro per sollecitare la necessità di una mediazione.

Sarà ricordato come l'uomo politico che in politica estera ha tentato di svincolare l'Italia dai diktat statunitensi cercando una linea originale di comunicazione coi paesi arabi al fine di contrattare condizioni diverse nella battaglia per gli approvvigionamenti energetici di petrolio.

Il 6 maggio è venuto a mancare il senatore a vita Giulio Andreotti. Nato il 14 gennaio 1919, su Andreotti si sono condensate idee di machivellismo, di gestione multipla di affari piccoli e grandi del sistema-paese, oltre ad ogni effettiva sua responsabilità. Andreotti in effetti pur iniziando giovanissimo come segretario di De Gasperi. Eccessivi i richiami ad Andretti per ogni male della prima repubblica, come se ne fosse il solo grande vecchio, l'eminenza grigia di ogni strategia.

Andreotti in verità è stato molto utile alla Democrazia cristiana nella sua fase di massima crisi, davanti alla crescita del Pci il cui peso specifico in ogni possibile compagine governativa appariva insostenibile, sia per le alleanze atlantiche che per l'indefinibile capacità riformistica espressa dal partito guidato dal neo segretario Enrico Berlinguer. Andreotti, allora, è stato l'uomo necessario di questa Democrazia cristiana-Stato. Presidente del Consiglio dei ministri nella sedicesima, diciannovesima e ventottesima legislatura della repubblica italiana.

Andreotti è stato ministro della Difesa (8 volte), degli Esteri (5 volte) e Partecipazioni Statali (3 volte), Ministro delle Finanze (2). Sarà ricordato anche ministro più giovane della storia repubblicana, a soli trentaquattro anni, con il dicastero dell'Industria, del Tesoro e dell'Interno. Importante nella sua evoluzione di uomo politico il fatto di esser stato ministro dei Beni culturali (ad interim) e ministro delle Politiche comunitarie. A detta stessa del "Divo Giulio" queste esperienze culturali riuscirono a dare al suo portamento di uomo di Stato un'immagine meno provinciale di tanti altri suoi coevi.

Andreotti è stato imputato per concorso esterno in associazione mafiosa. L'ex presidente si è fatto processare ultimando il processo assoluzione per i fatti successivi al 1980, mentre per le responsabilità precedenti a quegli anni è stato dichiarato il non luogo a procedere. I gazzettieri contro di lui hanno insistito: prescrizione.

Andreotti non si è mai sottratto al giudizio della magistratura ordinaria né ha avocato misure speciali perché si arrivasse alla prescrizione.

Su Andreotti si condesa la cattiva coscienza degli italiani, capaci di gestire, governare le loro cupiditas, fino a spingersi in un'area oltre il limite. Rivoltanti le comunicazioni irriguardose nei confronti di un uomo, che nel bene o nel male ma anche al di là di queste due dimensioni, ha rappresentato l'immagine dell'Italia nel mondo.