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11 luglio - parole
Quando Gatti canta e suona
Al teatro Petrolini a Testaccio un affresco teatrale di vera cultura popolare romana


Paolo Gatti dovrebbe essere nominato ambasciatore della cultura popolare romana. La cultura che rischia di essere cancellata dalla mondializzazione dove i sistemi di comunicazione e anche il cifrario, pur diverso da lingua a lingua, appare identico.
Nell'affresco di cultura popolare romana che Paolo Gatti offre al Teatro Petrolini in via Rubattino a Testaccio un condensato di frasi e canzoni messe assieme in un canovaccio essenziale nella sua semplicità: l'oste cantore che col suo aiutante e un frate ospite si intrattiene in chiacchiere con altre due piacevoli amiche di taverna. Testo e canzoni si susseguno velocemente e nell'insieme non pretendono di dare un affresco di vera cultura romana, anche perché manca la sfera della burla beffarda, come la malinconia delle storie di vita spezzata. D'altra parte la cultura popolare romana è impossibile imbrigliarla in una rete concettuale, figurarsi in un complesso di battute o in una storia teatrale. Paolo Gatti è un autentico virtuoso nel suonare la chitarra a dieci corde. I ragazzi che lo accompagnano delle insostituibili spalle. 
Ma il merito di questa rappresentazione teatrale per cui si chiedeva il riconoscimento ufficiale della città di Roma nelle sue rappresentative istituzionali, consiste proprio nel riconoscersi in questa ricerca delle origini vere che riscattano da un ventennio di comicità lombarda in cui il romano se ha una chance comica può giocare solo la carte del greve, dell'insensibile, del cinico, della persona assolutamente arida e disincantata. Caratteristiche che, nell'insieme, il romano ha. Ma il grottesco a cui è stato sottoposto il personaggio romano dandogli solo la caratteristica di "greve" non rende giustizia della sua tradizione, migliore o peggiore, come dell'attuale. In tal senso Paolo Gatti dovrebbe essere maggiormente valorizzato dalla politica culturale nazional popolare, nazionale o polare (se esistesse un istituto o degli intellettuali effettivamente impegnati a tutelare questo patrimonio). In questo tipo di rappresentazioni va detto che Gatti privilegia l'elegia, la burla gentile, cosa che, secondo le versioni più accreditate, era nel senso del contrario. Il senso del gentile nella cultura romana arrivava dal profondissimo senso di superiorità alle cose della vita, tanto da mettere in ridicolo anche la morte. Il sorriso romano vuole trasumanare nel senso del Paradiso dantesco, ma con connotazioni tutte vitalistiche: non serve tuffarsi nella vita, nelle cose, la vita è un teatro. E il teatro del mondo passa per forza a Roma. Gli uomini nulla possono né a favore né in senso contrario. Possono solo riderne e ridere di loro quando qualcuno ritiene di potersi ribellare al suo destino.
Il Papa sopra a tutti, come sovrano indigesto. Ma se l'unica fiducia nel mondo consiste nell'esserci un Sovrano supremo sopra il mondo, meglio tenersi stretto quello in versione mondana. Non ci aiuterà a entrare nelle cose del sovra mondo. Ma chissà? Una buona parola potrebbe comunque mettercela.
E così con Paolo Gatti, la buona parola che arriva in romanesco. La parola diretta, non dotta, la parola che arriva e ti infila come una coltellata. Ma fa male solo un attimo.