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22 agosto - ri-flessione
A cinquant'anni dalla morte di Togliatti
Anatomia dell'uomo che si autodefinì "il Migliore"


Il merito che la Storia italiana deve riconoscergli è quello di aver fermato la continuazione della guerra civile negli anni della ricostruzione di un'identità nazionale, del contesto democratico, della capacità di autodeterminazione, senza eserciti in casa - ma con uno molto vicino, quello statunitense. Ma neanche questo merito gli sarà riconosciuto. Per molti dell'universo comunista i conti dovevano essere saldati fino in fondo e non era sufficiente la pace imposta da un esercito invasore. Quindi non deve stupire se anche chi ha più a cuore la difesa della linerarità del revisionismo e del riformismo italiano non riesca a vedere la figura di Togliatti con simpatia. Quell'aria da professore - e pare che in effetti avesse una conoscenza pedante del latino - quella vocazione ad essere guida, l'essere stato insignito dal compagno Stalin erano qualità che gestiva da grande manovratore. Sono, quindi, tiepidi i ricordi al segretario del Partito comunista che meritò i più grandi funerali della storia nazionale. Morto il 21 agosto 1964, al cinquantesimo anniversario, Feltrinelli riedita il libro di Giorgio Bocca che tenta di ricostruirne la statura di uomo politico per quanto di effettivo lasciato e tramandato alla sua tradizione culturale e sociale. La generazione successiva ai suoi anni, cresciuta con la soggettività in rivolta e che poi si è rivolta al partito comunista come alveo per veicolare le strategie volte a cambiare il mondo, lo ha detestato. Ma senza acrimonia. Il Sessantotto non si è nemmeno soffermato un attimo davanti quello che appariva un sepolcro imbiancato di un'idea totalitaria della politica. Il movimento del Settantasette lo ha accusato di essere stato causa dell'appassimento ideale, della fine di ogni slancio che il partito comunista italiano poteva dare. Ma non dava, tanto da assecondare la linea repressiva. Quel che è venuto poi si è caratterizzato come inseguimento all'agenda riformista di Craxi, prima di arrivare alla chiusura dei battenti, alla cancellazione del muro come simbolo, al tentativo di un riformismo che però aveva bisogno sempre di un nemico per stare in piedi. Chiaro che in tutto questo Palmiro Togliatti sia totalmente cancellato, come se non fosse mai esistito.

Eppure è esistito. Eppure questo uomo non è mai stato inchiodato ai suoi errori. Primo quello di aver in prima scelta preferito Bordiga a Gramsci alla prima formazione del Partito comunista d'Italia. Secondo, quello di essersi rinchiuso in Unione sovietica per apprendere il verbo del totalitarismo socialista. Terzo, quello di non aver attivato tutte le forme possibili per fare liberare Antonio Gramsci dal carcere, prima che ne uscisse esausto e prossimo alla morte. Quarto, quello di aver condotto per poco meno di venti anni, dal dopoguerra alla sua dipartita, una politica ambigua in cui da una parte si vellicavano idee di emancipazione dei popoli, di socialismo, di protagonismo democratico inteso in modo strettamente semantico e poi aver convenuto ogni posizione da prendere con l'Unione sovietica, quella di aver affermato l'impostazione illuministica e borghese di un partito guida vocato a dare la linea, quella di non aver capito per tempo la prospettiva di un'alleanza col Psi per chiedere elementi di socialismo più elevati. Nondimeno l'idea che il suo ego gli suggeriva era quella di adottare "il Migliore" come pseudonimo nei suoi articoli. Tutto questo risponde facilmente al fatto che oggi non sia ricordato per quel che la portata della sua persona ha determinato nel primo ventennio del secondo dopoguerra italiano. Ma il merito del libro di Giorgio Bocca, scritto nel 1973, è quello di osservare il fenomeno in senso hegeliano. Sì, perché non è importante l'uomo ma quel che ha rappresentato e quel che ancora rappresenta nel costume italiano. E allora Palmiro Togliatti è l'emblema del bifrontismo, della politica dei due forni accreditata alla Dc ma costante pratica del Pci, del porre una vertenza alta e in contempo trattare su livelli molto materiali di soddisfazione. Porsi come alternativi, ma in contempo occupare pezzi di istituzioni come magistratura e università. Rifiutare logiche compromissorie con la Dc, ma porre delle roccaforti nelle basi territoriali rappresentate dai municipi. Quello che fu il più grande progetto riformista della Storia italiana, il governo di centro-sinistra partito nel 1962, fu irriso da Togliatti come rincorsa allo sgabello rosso da parte dei socialisti. Coi limiti determinati dalle logiche politiche di quegli anni, quel progetto riformista deve essere ricordato come quello che aveva un disegno: la statalizzazione di alcune grandi imprese, la difesa della scuola per tutti, la ricerca di un'identità nuova nel contesto Nato. E invece il figlioccio di Stalin, in piena Guerra Fredda, pontificava in Italia ancora sostanzialmente occupata dagli americani. I controsensi di Togliatti corrispondono alle contraddizioni di un popolo che dopo il fascismo non è riuscito a diventare entità riconoscibile per ciascuno dei suoi cittadini. Come degli adolescenti, gli italiani hanno preferito guardare a modelli d'Oltralpe vestendone i panni senza alcun cenno critico. E allora la principale responsabilità del segretario di un partito che guidava all'avanzamento sociale forse consiste proprio in questo: non aver guidato il proprio popolo alla crescita. Ed è forse per questo che i cittadini residenti nel territorio nazionale italiano scontano il vizio della mancata crescita umana, culturale, emozionale.