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18 novembre - teologia dei poveri
La sciocchezza di Veronesi: la vulgata per il popolo
L'oncologo parli di cancro, si astenga da tematiche non sue


In una dichiarazione riproposta da tutte le agenzie, il più grande oncologo italiano ha detto che è arrivato al convincimento della non esistenza di Dio dopo aver visto tante morti ingiuste, Auschwitz e i bambini deceduti per cancro.
 
Già scrivevo che nel pieno rispetto della sua personalità di medico oncologo, dovrebbe tenersi al riparo da dichiarazioni così incaute che lo tengono a un livello dialettico molto basso: l'ignoranza che ha bisogno di proiettare nella dimensione del trascendente una serie di sicurezze che neanche la vita comune, il livello comune di esperienze, offrono. Dio - si creda o no, non fa differenza - non deve dare prestazioni, non deve dimostrare di esistere, non deve garantire un livello minimo di efficienza per consolidare il piano di equità in grado di dare conforto allo smarrimento umano. Gli antichi greci, la classe intellettuale e dominante dell'Ellade, credevano che gli dei esistessero, magari anche solo un dio, ma che una volta creato l'uomo e la natura se ne infischiassero abbondantemente degli accadimenti umani. Avevano capito anche loro che non era possibile una dialettica col trascendente, ma tantopiù era impossibile interpretare un dinamismo tra le proiezioni del divino e le volizioni dell'umanità. Leggere che un esimio oncologo abbracci delle tematiche in modo così povero, provinciale, intellettualmente modesto, fa pensare alla possibilità ancora aperta dell'uomo di buone letture in una società impossessata dalla logica della tecnica, dove ogni cosa, anche dio, è sottoposto alle evidenze dell'efficienza. La trascendenza si vuole appiattire al mondo per dire sostanzialmente che non esiste. E allora qualcuno bravo come Veronesi dovrebbe anche spiegare la motivazione del porsi dei suoi quesiti, dell'esistenza imperitura della sua sostanza. E non possono bastare le argomentazioni per cui tutto è a dimensione delle necessità consolatorie degli uomini. L'umanità potrebbe essere altrettanto consolata nella convinzione di godere il massimo in vita, infischiandosene del resto. L'umanità troverebbe nel taglio di ogni problema che trascende la comune esperienza il massimo principio di economia per dedicarsi esclusivamente al mondano. Se questo non avviene è perché forme di trascendenza si sperimentano ogni giorno, quando ci si chiede, sensatamente, applicazione della giustizia, ci si pone il problema del bello, anche dove bellezza non c'è, dove bellezza va creata dal nulla, inventata. Si pone un piano di equità configurandola come necessità della condizione umana a cui i modelli di società sono inadempienti. Allo stesso modo ci si pone, il quesito della coerenza, dell'inserimento in un processo logico-deduttivo che esprima l'inferenza necessaria da una dimensione eidetica ad un altra, da una raffigurazione mentale a un'altra - anche se questa coerenza non è di questo mondo. Sono questi echi a farci percepire la sussistenza dell'altro da sé, inteso del qualcosa che sfugge alla comune esperienza. Quel qualcosa non ravvisabile all'interno delle mondane sperimentazioni. Sono acquisizioni che non dicono ancora nulla su dio, sugli uomini, sul modo di percepire dio tra gli uomini e come questo problema gli uomini lo riflettano nel modo di costituire il rapporto tra uomo e mondo. Ma comunque danno un richiamo molto forte. Umberto Veronesi dovrebbe capire che la sua esperienza di frequentazione con la morte e con la guarigione non gli ha insegnato ancora nulla sul senso della morte e della guarigione. La vita che le sottende è un discorso che non accetta di piegarsi alle semplificazioni del mondo della tecnica, alle evidenziazioni dell'efficienza con le quali siamo portati a valutare ogni cosa. Anche dio.