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22 novembre - leggenda giovane
Ricordiamo, oggi, la morte di una leggenda giovane
La nuova frontiera messa in archivio senza invecchiare mai


Non sappiamo come sarà ricordato John Fitzgerald Kennedy tra cento anni. Sappiamo appena come riusciamo a interpretarlo, oggi. E questo non è a caso, non è come per gli altri personaggi storici del suo tempo. 
JFK ha riflesso di luce propria un sogno che il modello capitalistico non riusciva a dare, nonostante avesse il rock’n roll, il cinema americano, il mito del self made man
Tutti modelli utili per un uso privato ma non sufficienti ad essere un mito per la collettività, un progetto di modello per la politica reale. In quel fine anni Cinquanta, reduci dal maccartismo - che aveva in sé una ragione molto profonda a cui la Storia ancora non ha dato merito - le società capitalistiche mancavano di un’immagine vincente, di un’idea di Stato che riuscisse a coniugare il diritto alla cittadinanza con la pratica effettiva della libertà, con la voglia di contare di più, di essere emergente in società dove erano le classi sociali di appartenenza a dare meriti e bisogni raggiungibili.
Con John Fitzgerald Kennedy il mondo occidentale ha avuto l’illusione che le società a capitalismo avanzato potessero affermare questi valori emergenti seguendo il loro naturale modello di sviluppo, escludendo così la lotta di classe, la ribellione contro preclusioni sociali, il sindacalismo più estremo e massificante.
E non era solo una vittoria del mondo capitalismo sulle illusioni del socialismo reale. La vittoria era anche per la cultura cattolica che affermava con un suo uomo i valori dell’interclassismo e della coesistenza pacifica.
La ricerca su quanto questo fosse vero sarebbe esercizio di inutile bizantinismo. Era sicuramente vero secondo le speranze e le proiezioni sociali espresse tutte in una figura, in una persona, in una famiglia.
Ben diverso, però, il riscontro della Storia nel merito dei risultati raggiunti a fronte dei più nobili propositi – perché noi sappiamo che la Storia dà torto e dà ragione in base ai fatti effettivamente conseguiti da determinate azioni, non dalle motivazioni che li hanno accompagnati.
In una versione semplificatoria si potrebbe dire che la figura di John Fitzgerald Kennedy appare apicale sotto il riguardo delle nobili finalità, assai più modesta per i risultati.
Il fallimento del tentativo di intervenire nella rivoluzione cubana, l’inizio della presa in consegna della questione Vietnam, la compromissione con la mafia per i voti presi da Sam Giamcana. In politica economica, al di là dei proclami, fu tutt’altro che innovatore facendo sua la politica keynesiana temperata da un impianto ideologico neoclassico duro a morire negli States, ebbe il limite di non chiudere il sistema di controllo dell’emissione di moneta attraverso il Gold standard per abbracciare il sistema fluttuante, decisione che fu presa invece da Nixon nel 1971.
Fu sicuramente un innovatore per il modo aperto di comunicare con l’elettorato, anche se vinse su Nixon solo di stretta misura e sempre grazie alla sua immagine. Fondamentale l’innovazione della trasmissione televisiva che per la prima volta dette il dibattito tra i due candidati in diretta. (Va detto infatti che gli ascoltatori della radio preferirono Nixon).
Di Kennedy resterà indelebile il discorso sulla Nuova Frontiera che rilanciò il ruolo degli States nel mondo, un ruolo appannato da una vera e propria crisi di rappresentatività del mondo in quegli anni. Ma al di là della patina di bellezza che ancora dura, nonostante sia chiaro a tutti il risvolto contraddittorio della apparente felicità familiare, resta in Kennedy la profonda inquietudine: l’incapacità di scegliere, con valenza di gran lunga superiore al peso delle contraddizioni a cui fu sottoposto. A cinquanta anni dalla sua morte per mano assassina, la sua forza si fonda essenzialmente nel suo mistero. Un presidente disastroso, carino, ma infingardo e baro, stroncato da nemici conosciuti ma senza identità precisa nell’esito esiziale. Il mistero quindi sta tutto nelle ragioni sulle quali si poggi, ancora oggi, la positività della sua immagine. E queste probabilmente stanno tutte nella necessità di coltivare l’illusione di un avvenire migliore, da parte degli elettori di tutto il mondo.