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28 febbraio - Zanetti
Racconto di un Anti-antieroe
La rappresentazione del mediano argentino celebrato per aver scelto una vita incolore affinché solo il nerazzurro avesse risalto


Chi va a lavorare tutti i giorni, si sveglia presto la mattina o si macera perché lavoro non lo trova sogna un antieroe. Uno che travolge le regole. Uno che mette insieme genio e sregolatezza dando in tempi inopportuni l'una e l'altra componente di sé. Uno che ha tutto quello che la persona media non ha: proiettarsi esistenzialmente nella dimensione del sogno a occhi aperti. Il cinema e le grandi storie servirebbero quindi da pacificatore sociale. Dovrebbero esser oppio dei popoli per consentire alla moltitudine di regolare nel corso di ciascuna esistenza una vita perfettamente segnata sui doveri, sulla famiglia, sul lavoro, sulla patria. Probabilmente anche questo cliché ha stancato. Oppure anche chi trasgredisce ha bisogno di un sogno, di pensarsi in una vita proba e corretta. In segreta dimensione autocritica, il trasgressore impenitente si chiede cosa sarebbe stato della sua vita se non avesse derogato mai dagli obblighi. E allora il suo antieroe diventa il conformista, chi si dedica in proiezione di valori collettivi e non per il soddisfacimento dei suoi bisogni. Possiamo dire che è stato Ligabue a sdoganare questa figura del mediano in una celebre canzone. In quel caso era Gabriele Oriali. Quello celebrato in diverse sale cinematografiche il 27 febbraio è Javier Zanetti. Sia la canzone che il film hanno caratteri mediani. Non sono bellissimi, non rimarranno a imperitura memoria. Non esaltano la figura, non danno sussulti o esplosioni di intensità. Semmai l'intensità è la costante che non degrada mai. Tutta proiettata, stavolta sul personaggio che dopo venti anni di onorata carriera a servizio dell'Inter, si prende la rivincita di trovare l'operaio - come persona, come singolo, non come rappresentante di classe - ad esser celebrato. Zanetti non si scompone neanche in questa condizione. Non si scompone mai. Lo fece una volta contro l'allenatore, Roy Hodgson, ma poi chiese subito scusa. Trasgressione perdonata. Cosa possiamo dire allora di questo giocatore? Cosa dobbiamo ricordare? Rari i gol. Uno fondamentale nell'ultima di campionato che assegnò lo scudetto all'Inter inseguito dalla Roma. La costante allora consiste solo nel riportare costantemente il suo impegno di uomo nella vita. Perché è il suo impegno ad essere una costante. Il problema però è che la memoria ha bisogno di eventi. La fantasia ha bisogno di essere eccitata da manifestazioni raffigurabili in una sola scena, in una sola immagine. Zanetti, in effetti, non ce ne dà. Oltre alla sua costante, al suo lavorare ogni giorno per non esser mai sotto la sufficienza, l'immagine che rimane di sé è di quando alza la coppa con le grandi orecchie o di quando ringrazia il suo pubblico con la mano sul cuore. Ed il messaggio allora ritorna ai più, ai molti, a tutti. Lavorando alacremente ogni giorno, rimangiandosi il senso di ribellione, abbiamo ciascuno la possibilità di farcela, di essere ricordati nel mondo per quei famosi quindici minuti di gloria che aveva profetizzato Andy Warhol. Solo che la profezia si è dimostrata fallace, non si è avverata. Non si avvererà. Ma la lezione di Zanetti consiste nella dimostrazione che lavorando sodo, concentrandosi su quello che veramente conta nella vita, fare un passo indietro e accettare un ruolo comprimario per il bene del gruppo, può portare anche questo alla gloria. E non è il monumento al milite ignoto. Si tratta di una gloria con nome e cognome, una gloria fatta di res gestae. Anche se nella narrazione è difficile trovare queste res gestae. Non perché non ce ne sono. Ce ne sono. E come! Ma nello stilema della narrazione il narratore è troppo legato al cliché dell'eroe puro, trasgressore, individualista, autore del bel gesto.  E allora quando non c'è bel gesto ma i gesti sono infiniti, l'anonimato del protagonista trova la visione narrante di qualcuno che ce lo racconta. Le imprese di Maradona e Platini non hanno bisogno di essere raccontate. Basta il video. Zanetti invece sta tutto dentro a una fabula dove il veggente migliore è una persona che non si fa abbacinare da grandi emozioni visive. È infatti un cieco. Come nei dialoghi platonici è il cieco Tiresia che vede più a lungo dei convenuti nel dibattito, con Javier Zanetti è Albino Guaron a raccontare questa storia. E col poeta argentino allora la vetta non è l'impresa pedatoria ma la regola di vita: “la peggior sconfitta è non averci provato”. Guaron ci lascia una massima che vale per la vita. La vita si sconta provando ogni volta.