ilnardi.it
30 agosto - neurologia
Oliver Sacks ci ha lasciato
Del grande neurologo rileggeremo le sue opere che avvisano del meccanismo perverso in cui l'umanità si è incagliata


La comunità scientifica ha imparato sul parkinsonismo molto più attraverso il suo racconto “Risvegli” che in tanta letteratura clinica. Questa la sintesi estrema che si può dare del contributo offerto da Oliver Sacks alla ricerca, al sapere, alla voglia di comprendere.

Nato a Londra è deceduto per le conseguenze di un tumore a New York, il 30 agosto del 2015, a ottantatre anni di età.

Il suo debito per la riuscita letteraria dei suoi scritti lo deve sicuramente alla scuola fenomenologica, quella per cui il neurologo ha tolto i panni strettamente professionali che gli andavano oramai stretti, per acquisire quelli impossibili di un “antropologo su Marte” (dal titolo di un suo libro).

Un mestiere assurdo. Un mestiere impossibile, quello di entrare nei recessi della mente facendo forza su poche nozioni-guida, discriminanti per la comprensione. Sono le conoscenze messe a disposizione dalla scienza. Sono un pilastro sostanziale, ma non sono sufficienti per comprendere tutto. Se veramente si vuole entrare nel vivo dell'osservazione attenta, analitica, bisogna guardare altrove.

Oliver Sacks nell'impossibilità di intraprendere questo percorso in letteratura scientifica provò a farlo nella letteratura propriamente detta. Di Oliver Sacks resteranno imperituri due capolavori: L'uomo che scambiò sua moglie per un cappelle e Risvegli.

Il primo una raccolta di casi. Come nella migliore tradizione inizata da Sigmund Freud, neurologo anch'esso, Oliver Sacks espone la spiegazione di fenomeni di comportamenti anomali attraverso la descrizioni di stati di sofferenza della mente. Lo fa senza alcune enfasi emozionale. Lo stile è cartesiano. Ma si fa aiutare dalla tradizione più consolidata del pensiero filosofico. Un vero scienziato, come un vero filosofo, è cittadino di nessuna comunità di pensiero. Questo è che fa di lui un filosofo. Ha detto Wittegenstein. E Oliver Sacks avrebbe sicuramente firmato sul senso di questa affermazione per cui l'esser parte di un mondo, il recepirne l'impostazione, deve darti piuttosto la capacità di percepirne i parametri vincolanti. Questo per saperli adottare alle condizioni, per saperli esercitare ma anche per metterli in discussione. In tal senso il riferimento alla scuola fenomenologica indicata all'inizio.

Il secondo testo, Risvegli, è reso famoso dalla versione in film recitata da Robert De Niro e Robin Williams. Racconta l'esperienza del neurologo Sacks quando somministrare la levo-dopa a un catalettico. Trattasi di terapia indicata a malati di Parkinson. Gli darà un effetto di risveglio insperato, ma questa soluzione non sarà la cura. Il malato sarà soggetto a continui stati di abbandono e a sempre più rari risvegli.

L'opera si risolve come un inno alla vita e al dovere etico che sia vissuta profondamente, senza rinunce, in ogni suo attimo.

Insieme però coglie il rapporto delicato tra ricerca, sperimentazione, rispetto del malato, facoltà da parte di chi cura di creare aspettative condannate ad essere deluse. Nondimeno alla necessità di provare.

Ma se nell'opera di Sacks proprio una parallelo dobbiamo fare alla tradizione di pensiero consolidata nella storia occidentale, non si può far a meno di riferirsi a un certo “mentalismo”. La chiave però a giudizio di chi scrive guarda più Spinoza che a Cartesio.

L'io penso rischia di determinare quel sistema conchiuso di rappresentazioni certe che restano sospese tra solipsismo e razionalismo oggettivante.

Piuttosto, sembra dire Sacks con tratti spinoziani, esiste la natura. Esistono manifestazioni certe di esse, esiste la nostra capacità di comprenderle ed esiste la capacità di saperle ricomprendere sempre più in là e sempre più fondo. Di qui la capacità incessante del ricercatore della mente, che tanto somiglia al filosofo del Seicento.

Ma nell'ultima opera Oliver Sacks non manca di lanciare un guanto di sfida la mondo della medicina. Nelle condizioni di malato, nell'impossibilità a gestire sé stesso, capisce meglio le condizioni di deprivazione primaria alle quali è sottoposto un paziente. Capisce allora che i medici con la loro autoreferenzialità, col loro distacco, con la necessità psicologica di emendarsi dal male trattandolo come oggetto alieno da comprendere, sono il contrario dell'umanità. Vanno in converso alla missione per cui la nostra cultura occidentale ha inventato la loro missione nel mondo.

Sì, perché di missione si può parlare.

La vita e la sua negazione, appartengono a quei misteri in cui il credente e ateo sono nello stesso calderone. Ed è poco importante riferirsi all'appartenenza etica di riferimento. La missione del medico è quella di trascendere questa dimensione dell'umano. E invece si è perso in battaglie di corporazione ideologica, ha staccato il suo contatto dal male, dal paziente rinunciando a una necessaria empatia. È entrato nel mondo. In tal senso non solo ha smarrito la sua missione, è l'emblema di come l'umanità abbia rinunciato a fare i conti con la sua finitezza.

Oliver Sacks non ci soprenderà più con i suoi libri. Smetterà di essere cicala. La sua lettura resterà la consolazione di chi ha solo coscienza dell'umanità che ha abdicato sé stessa.