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15 gennaio - Alan Rickman
IL due si confà anche alla morte
Le morti sono sempre due. Un decesso famoso ne accompagna un altro: trovare la formula matematica che descriva la legge


Dopo David Bowie muore Alan Rickman. Non è una perdita di minor conto, tanto per parlar senza perifrasi. Rickman è uno degli ultimi rappresentanti di un teatro che non esisterà più ed è il vero teatro che supera la forma di rappresentazione borghese. Quindi potremmo dire che senza attori come lui, il teatro come dimensione dell'Altro da sé non c'è più.

Potremmo definirlo teatro barocco, ridondante, necrofilo perché riporta i doni della morte - come l'ultimo capitolo della saga di Harry Potter – la consapevolezza che la vita è inutile se non vissuta. Un teatro in cui la drammaticità dell'esistenza è sempre carica di tras-valutazione nel semplice esistente. In Italia abbiamo avuto Carmelo Bene. Finito il suo esempio finisce questa dimensione del non-rappresentativo-presente-nel-nulla. Nessuna cultura tecnologica potrà mai tramandarla, neanche attraverso le testimonianze filmiche in grado di mostrare solo il raffigurativo ma impossibilitate a produrre quanto evocato, a cominciare dalla phonè per sua natura impossibile da duplicare.

Lo morte conosce un due anche nella giallistica. L'investigatore non ne viene mai a capo dell'identità dell'assassino se non c'è almeno un altro cadavere. Almeno tentato. Pare che la morte voglia dirci che non ha senso se non duplica sé stessa. Ed a ben guardare qui il due è immediatamente rappresentato dal ruolo dell'assassino ma dalla preminente funzione della trama in cui l'assassino si muove. L'investigatore in fondo è sempre e solo uno spettatore che ci dice cos'è la realtà della morte. Ma lo spettatore vero non se avvede e se la prende solo con l'assassino oppure con la trama e se ne va con la consolazione che il resto possa esser salvaguardato.  La prima versione della morte è per ricordaci che la vita è limitata. La seconda invece per suggerirci che solo nella vita possiamo risolverla.

Nel romanzo americano La Morte paga doppio il detective scopre la trama di un assassinio attraverso il suo presunto e impossibile viaggio in treno della vittima. Quel che il detective non capisce, pur coprendo il vero, consiste nella morte rappresentata e vissuta. Comporta sempre due aspetti.

Il due semplicemente esperito nella morte consiste nella sua rappresentazione in vita e nel dramma della sua possibilità intrinseca per la soggettività. Due dimensioni incommensurabili tra loro, ma entrambe concorrono a dare la significanza alla morte anche se consistono in due drammaturgie totalmente diverse.

Ma il due della morte della soggettività comprende la sfera dell'esistenza reale anche in altro senso. Come scrive Esenin in punto di morte: “morire non è nuovo in questa vita ma vivere non è neppure nuovo”. In questi versi si legge una morte esperita, una morte vissuta, momento di esistenza reale. Così come Brian Stoker fa dire al suo protagonista il Conte Dracula, la morte non è il peggiore dei mali molto peggio è vivere una condizione inautentica. Ed è forse lo stesso che intendeva Giuseppe Ungaretti con “la morte si sconta vivendo”: l'esistente si trapassa esaurendolo in ogni latitudine cognitiva, superando l'esistenza reale. E anche qui abbiamo un nuovo due: la morte che in entrambe delle significazioni esistenziali parte dal suo negativo che è l'esistenza reale. Da una parte l'esistenza colta nella sua autenticità, quindi anche nel suo limite. Dall'altra invece il senso di morte scovato in vita ravvisata del suo vuoto proprio perché non vissuta e non autentica.

Un'idea che sfugge deve trovare sue continue duplicazioni per sfuggire al suo verso senso. Tantopiù se ha bisogno di essere coniugata col semplice esistente.