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28 ottobre - Dr Strange
Lo strano dell’ordinario
Si celebra la magia invisibile nel film sul Doctor Strange, mago per rovescio di fortuna


Reale e virtuale, concreto e astratto, lineare e parallelo … Ultimo binomio di contrasto reale: bene e male.

Sono le antinomie ordinarie con le quali non si fa ordine, semmai si disordina la già poco comprensibile vita e il suo divenire nel tempo.

IL Doctor Strange, nelle vesti di neurochirurgo, non riuscendo a dare linearità al binomio incombente la condizione umana, tenta trasumanando. Supera i confini consegnati alla condizione umana dal reale per affidarsi con molto scetticismo alla paiedeia di un sapere mistico che arriva dall’Oriente.

Lo fa per necessità, non per convincimento. Deve superare i nuovi vincoli della sua esistenza reale imposti dalle conseguenze di un grave incidente stradale che non gli permette di operare come vuole.

Quindi alla base di una forte determinazione deve esserci sempre una grandissima motivazione egoistica. Ed è questa la dottrina di Stan Lee, creatore dei fumetti Marvel che puntualmente appare nella proiezione per il suo cameo. La motivazione egoistica ha il propellente di non fermarsi. Se non sussiste la dimensione egoica, non esiste il mondo, sia intellegibile, sia trascendente. (Doctor Strange sarebbe un bel seguace di Fichte).

L’ex neurochirurgo per superare le limitatezze della sua condizione individualistica, superficiale, puramente efficientistica e marginale, deve avere dalla sua il gran motore della forza propulsiva mosso dalla sua stessa energia. La medesima forza che gli ha consentito di diventare un grande chirurgo. Strange deve quindi superare la marginalità tipica dell’americano per entrare nell’ascesi orientale, ma la stessa laicità derivata dal materialismo occidentale gli consente di vedere ben al di là di quanto l’Antico gli impone.

È il destino dei protagonisti degli Stati Uniti superare i limiti del mondo e i loro limiti, rompendo alcune regole sacre. E questo non perché il sacro vada violato. Il sacro è necessario. Ma lo è anche la necessità dell’uomo di superare i suoi limiti. (E i limiti dell'ego corrispondono ai limiti del mondo).

Ma il limite che nessuno può violare è quello della condizione umana. Da cosa è dettato questo limite? Dall’esistere in un tempo determinato, dall’essere l’esistenza tutta condizionata nel tempo. In un tempo specifico. Non in ogni tempo. A ben vedere però questa condizione ha una risposta che arriva da una risorsa cognitiva proveniente dall'Oriente come dall'Occidente: l'Eterno ritorno. La capacità condizionante di ripensare il tempo, di riviverlo, di modificarlo nel suo specifico di un tempo determinato, all’infinito perché questo consente la dimensione umana di riconsiderarlo e in qualche modo gestirlo - quantomeno nella sfera della considerazione cognitiva degli accadimenti.

A ben guardare la frammentazione infinita dello stesso tempo nella sua proiezione ripetitiva non fa molta differenza dalla moltiplicazione geometrica di dimensioni spaziali che da unica diventano plurime. E il nesso della metafisica misterica in cui si imbatte Strange sta proprio nel rovescio dell’idea da cui muove il satanico avversario: ricomporre il molteplice, antagonista, difforme dell’universo, nell’Uno. (Che è Uno di tenebra, non è Uno plotiniano di irradiazione).

La metafisica di Strange invece punta proprio sulla moltiplicazione, sul multiforme, sul diverso, scomponendo all’infinito quel senso di unità apparente e intuitiva offerto dal comune senso delle cose. La magia di Strange, in definitiva, consiste esclusivamente nella capacità di selezionare le unità di questo difforme molteplice, saperle anche ripetere, sequenziare, spezzarle per imporre nella volta decisiva la sua condizione.

In questa metafisica manca l’inesorabilità del destino. Ed è perché non esiste come condizione obbligata. Anche nel peggiore dei mali l’uomo ha la possibilità di una trattativa. Tutto questo perché la libertà dell'uomo nella sua condizione propria - anche in condizione di deprivazione assoluta (dottrina stoica) - non viene mai meno. Decisivo però che l’intelletto, e la forza che lo assiste, siano vigili.

Detto questo, però, abbiamo perso di vista il male. IL male è una figura assolutamente necessaria in questo genere di trattazione narrativa. IL male non esiste in quanto tale. Semmai sussiste. La configurazione degli zeloti lo contiene in pieno senza la pretesa di esprimerlo. Gli zeloti sono gli integralisti, quelli che ritengono la loro disciplina il credo e il loro credo, l'unico. Il loro male consiste nel cercare l'Uno attraverso l'intuizione assoluta dell'uno, mentre il vicendevole degli accadimenti non può prescindere dal complesso, dall'antagonismo e dal variegato. Senza per questo mai perdere quell'antica remota speranza.