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26 novembre - socialismo
È morto Fidel! (Evviva Fidel)
Se ne va con lui la leggenda giovane della rivoluzione possibile contro tutto e tutti


IL 26 novembre ha lasciato la vita Fidel Castro. Aveva novant’anni e da tempo era sofferente, tanto da lasciare nel 2006 ciò che aveva di più caro in vita, le redini di Cuba. Ne divenne dominus incontrastato all’età di trentatre anni, il primo gennaio 1959, quando ribaltò il governo di Fulgencio Batista. Quel regime ribaltato era vissuto dai cubani come avamposto americano per affari sporchi come le scommesse, prostituzione e traffico di droga. Quello di Fidel Castro fu nella sua estrema sostanza un colpo di orgoglio nazionale da parte del popolo cubano contro questo surrettizio invasore permanente: l'America! Contro lo scadimento della propria gente che si asserviva sempre più alla peggiore espressione dell’imperialismo dell’Occidente.

Fidel Castro riuscì a fare leva su una contingenza fragile del governo in carica e dell’imbarazzo da parte degli Stati Uniti che avevano sempre sottovalutato le potenzialità di questa colonia, di fatto, nel suo impero.

In America erano preoccupati dell’escalation dell’Unione sovietica, anche nello spazio. Mai e poi mai avrebbero immaginato che il terreno di coltura del socialismo reale avrebbe potuto prender piede proprio sotto casa.

E invece il 17 aprile del 1961, dopo cinque giorni dall’impresa di Yuri Gagarin, a Cuba, dopo due anni e quattro mesi dalla proclamazione della rivoluzione, gli Stati Uniti provavano a rovesciare il suo governo con esiti peregrini. Ma lo stesso effetto lo ebbe il tentativo dell’Unione sovietica di mettere un cappello alla rivoluzione. Le testate nucleari pronte per essere istallate vennero fermate con una posizione rigida da parte del presidente degli Stati Uniti, John Fitzgerald Kennedy, scongiurando la terza guerra mondiale.

Non è improbabile che in questa delicatissima circostanza Fidel Castro abbia giocato con le due superpotenze.

Coi russi: dando loro delle false rassicurazioni - accettava con astuzia l’ingresso di una difesa che i cubani indipendentisti non avrebbero tollerato.

Con gli Stati Uniti: facendosi di fatto tutelare da quella che sarebbe stata la fine della loro sovranità.

È un’interpretazione. È un fatto invece l’esito di una rivoluzione che non aveva chance di farcela, è riuscita invece a restare in piedi. Certo! Con compromessi giocati gradualmente, attraverso l’ingresso di elementi del mondo della mercificazione, ma anche con l’estrema attenzione all’ingresso di turismo in grado di inquinare la portata dell’integrità della rivoluzione. Di fatto, la vocazione a darsi alle aspettative dei cittadini del mondo Occidentale non venivano meno. Il colpo finale sicuramente è stato il viaggio del papa a Cuba e il concerto dei Rolling Stones. Non appaia irriverente l’accostamento di questi due fenomeni che non esaltarono la dialettica della rivoluzione e dell’isola, ne definirono invece il processo di graduale normalizzazione. Affermare la rivoluzione, sostenere l’autonomia del popolo cubano, la capacità di sentirsi diversi, soprattutto Non Allineati, fu la grande forza di questa rivoluzione del personaggio Castro.

Se questo riuscì davanti ai due blocchi, Usa-Urss, non riuscì al cospetto del mondo della tecnica.

La sua pervasività non ha lasciato scampo agli eredi di quei rivoluzionari immortalati in un album di figurine editato da IL Manifesto (solo per capire la latitudine del mito). Non hanno avuto chance gli stessi protagonisti di quella rivoluzione del 1960, presa da esempio in Europa presso le giovani generazioni di rivoluzionari comunisti che non volevano avere grigiori e rigori dell’Urss come riferimento né tantomeno quelli della Cina.

Il mondo della tecnica è penetrato come inesorabile e liquido. Inesorabile, perché per avere normali relazioni col resto del mondo diventa inevitabile imitarlo in modalità di produzione e consumo: tecnologia, implementazione egida dei dati, riduzione alla comunità dei cittadini in comunità di consumatori. Liquido, perché il contagio arriva senza averne totale consapevolezza.

Fidel Castro, nel Novecento, ha rappresentato la vera ribellione a tutto questo. Una ribellione che si è fatta storia. Ha affermato sé stessa impostando un modo diverso di pensare e produrre. Ma tutto questo senza esclusione di esercitare la repressione creando uno stato depressivo nella cittadinanza dal quale l’isola sembrava non riuscire a riprendersi. Eppure la passione è stata la categoria nuova nell’agire del rivoluzionario Castro. Ebbe il merito di concentrare la sua attenzione produttiva verso la ricerca, anche nel mondo della Medicina come nella sfera dell’evoluzione umana, ma i risultati senza contatti col mondo sono apparsi poco più che testimonianza. Nonostante l’uomo non abbia avuto la possibilità di costruire la sua immagine nel mondo, al pari dei suoi corrispondenti rivoluzionari dell’Oriente, la sua figura è rimasta stagliata nell’immaginario di una generazione nonostante non abbia avuto la fascinazione della morte in campo di battaglia come successe a Che Guevara che con Castro condivise la prima fase dell’esperienza rivoluzionaria.

La morte del corpo segue la fine di qualche anno la fine di un mondo possibile da lui rappresentato. Difficile come sarà raccontato nella Storia. Di certo, a differenza e a torto di altri leader della rivoluzione comunista, il  Lider Maximo sarà vissuto come una figura più simpatica che sostanziale. Ma è un errore. Il suo essere controverso raffigura perfettamente le contraddizioni della sua epoca. Leggere la figura di Castro alla leggera è un limite. Ne ridimensiona la vera proporzione nello scenario internazionale e nazionale nel quale fu protagonista. La speranza resta che nella Storia la sua figura trovi quella pace che l’inquietudine di leader non trovò in vita.