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19 febbraio - teatro
Ribellarsi è giusto
Antigone di Sofocle riveduta da Brecht al teatro San Genesio a Roma


Mai vendere la pelle dell’orso prima. Potrebbe essere in quintessenza la versione dell'Antigone di Sofocle proposta al teatro San Genesio nella settimana che arriva a conclusione per domenica 19 febbraio. IL dramma della donna che preferisce trasgredire la legge della polis per seguire il senso del giusto conduce l’adattamento di Adriana Trapanese. Si consegna la trama in direzione della sciagura collettiva, più che verso il dramma di Antigone. La sua scelta di morte è il sintomo del decadimento del senso del giusto nel re Creonte. Ma anche l’intera polis è colpevole come il suo re, perché non lo ferma nella sue scelte sbagliate. Infatti in nome del perseguimento di leggi astratte Creonte manda a morte Antigone. Lo fa proprio mentre inizia ad assaporare l’imminente vittoria contro la città rivale di Argo. Ma è forse proprio per l’ingiustizia su Antigone che Tebe perde una guerra già vinta e si deve preparare a subire l’assalto dei soldati di Argo, senza uomini per difenderla. Del resto, in una legge fatta e interpretata rigidamente da uomini (intesi nel senso di maschi), la fine è inevitabile. Tanto che è Tiresia, veggente cieco trasformato in donna, a fare la predizione veridica. La rielaborazione parte dalla rivisitazione di Bertolt Brecht. Tolti i riferimenti alla Germania che soffre delle ferite postbelliche, non tocca con evidenza questioni di attualità. Attuale però resta la prosopopea del politico al comando a cui non è sufficiente vincere. Vuole stravincere e si rifiuta di adottare la pietas latina dando dignità ad Antigone che trasgredisce la legge. Praticamente cancellato il lacerante conflitto della protagonista empia, non resta altro ai personaggi che andare incontro al loro destino. Nella lettura di Hegel, Antigone è l’espressione di un contrasto reale tra il diritto della famiglia e il diritto dello stato. Ma il personaggio vive il conflitto ancora più lacerante tra l’essere questi due momenti espressione a loro volta di due specifiche contraddizioni: il diritto dello stato contro la vita, il senso del giusto contro il perseguimento dell’opportuno. La lettura brechtiana invece è attenta a dare attualità storicistica al dramma, quasi a dimenticare che se la tragedia ha senso, oggi, è proprio perché racconta la sofferenza degli uomini (nel senso di umanità) così come sono nella loro condizione di natura e nel loro essere dentro a rapporti che legano indissolubilmente. Ma anche dentro a rapporti che, altrettanto indissolubilmente, lacerano. La sintesi operata dalla rivisitazione proposta al teatro San Genesio fa economia del coro che però conserva il suo ruolo narrativo di accompagnare lo spettatore nella vicenda. Ma la storia continua fin quando può essere raccontata perché le sorti sciagurate di ciascuno dei protagonisti non risparmiano gli stessi narratori del coro. Se fine è, è fine per tutti. Anche chi semplicemente racconta di fatti, persone, circostanze e conseguenze. Nessuno può dirsi salvo se la tragedia irrompe nella città. Siamo tutti coinvolti se nessuno si muove ad alzare voce contro l’ingiustizia. Ma deve farlo mettendo in gioco tutto. Come fa Antigone.