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02 maggio - necrologio
Saluto al cronista dell'utopia
Si è spento oggi Valentino Parlato, direttore de IL Manifesto


IL suo cognome al participio era il suo manifesto esistenziale. Un participio che riguarda l’espressione diretta, fonatoria, del pensiero. Non il verboso scritto. “Parlato”. Come se in effetti, nel momento in cui bisognava dire - perché non era lecito tacere - tutto fosse stato detto. Ma allora perdeva anche senso dirlo! 

In un gioco di auto rappresentazione del nome, l’ex direttore de IL Manifesto - nel suo esser defilato nella contesa eterna della sinistra del Pci - appariva sempre uno che stava più avanti. 

Come se quelle polemiche che in quell’atto si consumavano non lo interessassero più. 

Bisognava andare avanti, buttare il cuore oltre l’ostacolo. Valentino Parlato, insieme a Luigi Pintor, di quella schiatta di fuoriusciti e cacciati dal Pci, fu sicuramente il vero giornalista. Colui a cui poco interessavano le strategie da adottare nel movimento o come vettore per la trasformazione della linea del più grande partito comunista europeo. Granitico era il convincimento che i sistemi socialisti diretti dall’Unione sovietica avevano oramai detto tutto e oramai potevano solo esprimere il peggio di quella grande ondata di sconvolgimenti della Terra. "La rivoluzione non russa". La rivoluzione era sempre più radicata in ciascuno. Ma come sentimento, come necessità, più che come effettiva possibilità offerta dalle condizioni date dalle forze in campo. 

E allora Valentino Parlato iniziò a prendere anche il buono che arriva dalla vita: il vino, le buone compagnie, le amicizie, le conversazioni a far tardi la sera … Una vacanza meritata per lui che ebbe il merito di dirimere il contenzioso aperto tra il partito di unità proletaria e IL Manifesto che era diventato organo di quel partito per godere dei fondi pubblici. Non c'era più spazio per le astuzie politiche. E anche l’età della contestazione era finita. L’utopia assimilata a una sbornia triste, già in quel 1978, appena dopo dieci anni dalla altisonante protesta borghese degli studenti di Valle Giulia, poneva la necessità di essere dentro le cose, tra la gente, e in una brutta espressione, nel mercato! 

Non era più il tempo di giocare alla strategia della prassi per tessere le fila col partito comunista. Era innanzitutto necessario non morire. E per non morire si doveva riprendere il rapporto coi lettori, con la sinistra già dispersa allora, col sindacato, con la voglia di antagonismo che già in quella fine anni Settanta mostrava di aver perso. L’età del terrorismo aveva fatto terra bruciata sulle spinte innovative che erano nate con la "nuova sinistra". Identico era quel modo di sentirsi diversi, antagonisti e sempre attenti alle nuove spinte che arrivano da ogni dove. Marcuse, Horkheimer, Adorno, ma anche Sartre e Simon Weil le letture attraverso le quali rimarcare la provenienza da una generazione eccezionale, quella di chi si risollevò dalla guerra e negli anni aveva coltivato il convincimento che non sarebbe morta democristiana e filoatlantista. 

IL pragmatismo lo portò a dare dichiarazione di voto per i Cinque Stelle. Cosa altro in un’età in cui il pensiero comunista, nel migliore dei casi, assume i tratti di una visione di maniera, sicuramente esclusa dai veri rapporti di forza? Valentino Parlato non recedeva dall’essere uomo dei suoi tempi. Tutta sua la spinta al nuovo del “quotidiano comunista” lasciato alle nuove generazioni e alla ricerca di nuovi soggetti identitari a cui affidare il cambiamento. L’età del comunismo era finita da un pezzo. E non era detto che con lei dovesse morire l’utopia. Credo che il grande insegnamento di questo grande cronista si possa riassumere in questo.

Gli sia lieve la terra.