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17 luglio - musica
Cinquant'anni senza Train
Anniversario della morte di John Coltrane


Si argomenta l’insostituibilità storica di un autore evidenziando che senza di lui il corso a venire degli eventi sarebbe stato completamente diverso. (E probabilmente peggiore di quello che abbiamo conosciuto). Questo non può dirsi per John Coltrane. Non può esser ascritto al suo modo interpretare la musica e l’approccio allo strumento. Sicuramente John Coltrane ebbe molti epigoni, sicuramente sono stati saccheggiati i suoi pezzi, sicuramente grandi artisti insigni hanno preso spunto da lui. (In testa a tutti Santana & John Mc Laughing con Love Devotion and Surrender). Tutto questo, pur giusto, riesce ad esser riduttivo. Non esalta la sua importanza storica. Se veramente vogliamo provare a dare traccia di questo immenso musicista dobbiamo sprofondare in lui fino a percepirlo nell'infinitiva integrità.

Oggi ne celebriamo la statura di musicista, non di semplice sassofonista - a cinquanta anni esatti dalla sua dipartita fisica dal mondo. Certo è che, sempre oggi, nel mondo i suoi  brani possono essere apprezzati con maggiore tranquillità, senza gli eccessi ideologici e le banali traduzioni in politica che misero sotto scacco lo stesso Coltrane.

Quindi, cinquanta anni fa, esatti, Coltrane si congedò dal mondo. Ma l'enciclopedia del sapere in fatto di musica deve fermarsi davanti questo fenomeno. Ciò perché l'evento Coltrane obbliga al superamento dell'insieme del conosciuto, in fatto di arte, come un qualcosa di definitivamente acquisito. Infatti:

Se esiste un creato potrebbe esservi ancora una creazione?

No. Ma noi creiamo.

Quindi non esiste un creato.

Ma dire e praticare questo ci demolisce il significato dell'imperturbabile determinato dalla classicità dell'arte. Non ci dice ancora niente sull'arte o sulla necessità dell'atto creativo.

I primi segni di quel sassofonista che si mostra come uno dei tanti musicisti be bop arrivano da metà anni Cinquanta ad inizio anni Sessanta. In quel tempo non esita a liquidare la collaborazione di Miles Davis che ha bisogno di regolare i suoi musicisti in un tappeto sonoro di dimensionalità propria. Probabilmente Coltrane non ce la fa ad essere regolato. Anche nelle droghe di cui è consumatore. Ma non è solo quello. Coltrane, di testa, ha già rotto quel muro che Miles Davis (1959) vuole sorvolare. Miles Davis vuole oltrepassare i limiti, trovare quell'oltre nella capacità di creare un solco tra generi, suoni, sonorità, ma soprattutto le stesse scale armoniche. L’onda di Coltrane è qualcosa di diverso. Quando arriva travolge tutto e non ce n'è più niente per per quel che c'era. Conta solo il punto interrogativo per quel che ci sarà. Poi. Ed è già in piena, quando trasforma un motivetto banale, buono per i film per ragazzi, in un concerto per sassofono soprano. È il My Favourite Things (1960) del tutto scarnificato e rivivificato.

Di lì i passaggi sono tanti. Impossibile da definirli tutti. Si lasciano all’esercizio dell’esegesi di turno. Ma dopo aver dimostrato che la musica non ha bisogno di un creatore e non è un creato, ma qualcosa di continuamente vivificato e vivificabile, la direzione è verso il proprio solco. E sarà sempre difficile trovare un letto in grado di saper contenere questa ondata in piena.

IL parere di chi scrive legge nell’incisione di Transition (1965) la coscienza di come la portata di questa valanga oramai abbia assunto livelli irrefrenabili. Eppure Coltrane nei modi d’essere non è un personaggio dirompente. Schivo, fino alla ritrosia più assoluta verso luoghi di frequentazione sociale, pare non voglia mai abbandonare la propria ispirazione. Ora che l’ha trovata! Prima una valanga di collaborazioni. Duke Ellington, Eric Dolphy, Johnny Hartmann, Thelonious Monk, i principali.

Le vette della trascendenza cercata nella sua ricerca di spiritualità, oltre che di superamento dei confini dettati dall’armonia, sono abbracciati in A Love Supreme che solo per evitare di assegnare inutili primati, ci si astiene dal dire che è una delle più grandi opere del Novecento.

Il contatto con nuove sonorità da far raggiungere al sassofono lo renderanno sempre inquieto, fino a trasferire l’ansia di tanta ricerca anche in esperienze politiche e in un genere di impegno che avrebbe potuto evitarsi.  Con lui, ma non grazie a lui, esplode il free. Ma il suo distacco dalla vita mondana avviene prima di assistere a certe derive.

Difficile oggi stabilire ciò che vivo e ciò che è morto di John Coltrane. Bisognerebbe piuttosto operare un rovesciamento. Considerare ciò che è morto, vivo. E ciò che è vivo, morto. La sua musica è ascoltata oggi più di ieri. Senza mediazioni, senza tentativi di avvicinarla a questo o quello. Resta stagliata nella sua autenticità assoluta. È morto, invece, perché diventato intellettualistico, quel modo di dissezionare la composizione, le scale, il movimento veloce di passaggi tonali.

L’esperienza dell’eroina e, diversamente, della politica, ci insegnano invece che quando l’espressione autentica si sposa con queste due chimere, è la morte dell’arte.