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06 novembre - miti
Riecco Thor! Lo zio del tuono
Il nuovo film Ragnarock racconta con molto umorismo il solito refrain sul senso dell’esodo e sull’importanza esistenziale della ricongiunzione, sia per un popolo che per le persone


I protagonisti Marvel dicono sempre qualcosa di più nelle loro narrazioni. Non fa eccezione lo “zio del Tuono”, così come è apostrofato il mitico Thor nell’ultimo film Ragnarock. La vicenda si incentra sul “dio che è morto” – Odino. La storia parte dal nuovo emittente del male sconfitto. Potrebbe essere la vittoria che rovescia la predizione del trionfo del caos sull’ ordine, che evita la caduta degli dei. Ma ci pensano da soli gli dei a cadere. Anzi, per evitare la loro fine debbono richiamare proprio quelle forze del male.

Il film parla anche di Thor che ha perso la fiducia su di sé. In un’inquadratura netta entra nella iconografia cristologica del figlio che si sacrifica per la sua comunità prossima ad essere distrutta. Ma il suo sacrificio non è un fatto incontrovertibile. Trovando fiducia nella sua forza, nei suoi alleati e nel suo popolo, ce la fa anche stavolta.

Se il destino consiste nel salvare il suo popolo, va bene anche l’alleanza temeraria col fratello Locki - realpolitick. Perché l’identità di un popolo è data dal popolo, non dalla terra che occupa. Ed è così che il popolo di Asgard vede iniziare il suo pellegrinaggio alla ricerca di una nuova terra. La Terra? Staremo a vedere nelle prossime puntate.

In tal senso l’inizio del pellegrinaggio ben si distingue dalla mitologia semitica di cui gli eroi Marvel sono spesso carichi. Tanto più l’accostamento di Thor alla figura cristologica incontra diversi parallelismi: spesso il dio del tuono è in conflitto con sé, spesso in dubbio sulla sua missione sulla Terra, la sua vocazione al sacrificio anche estremo.

Parafrasi da rilevare, anche il riferimento a una Roma tardo imperiale sulla quale la dea della morte, Leah, si rafforza vampirescamente sempre più. Ma, come si ripete, questa volta l’impero viene sacrificato per salvare il suo popolo. Quindi il male assoluto, prima sconfitto, viene rimesso in campo per battere la dea della morte che alla fine soccombe. Chiaramente però come succede nella storia degli uomini, i nostri eroi ora si troveranno a dover combattere nuovamente contro quel primo nemico il cui pericolo pensavano di aver archiviato.

Come dire, il male si può sconfiggere con altro male. Ma questo significa solamente la continuazione della lotta contro un nemico eterno che cambia volto e potenzialità ma non l’inesorabilità distruttiva. E allora qui il parallelismo smette di essere con la storia degli uomini per delinearsi con la vita delle persone e le metodologie adottate per sopravvivere.

Ma a valorizzare la trama è la selezione del commento musicale in due scene di lotta in cui il bene vince contro il male dove viene utilizzato Immigrant Song dei Led Zeppelin. Quasi a sottolineare che la lotta di un popolo per la sua identità è sempre la stessa, anche se il nemico è diverso. E qui per l’uso del brano la discussione potrebbe diventare infinita.