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16 marzo - memoria
16 marzo 1978
Rapimento e assassinio dei cinque agenti di scorta di Aldo Moro. Davanti alle ricostruzioni e al culto delle ombre, dico la mia


IL 16 marzo 1978 mi sveglio presto. Vado in giro per Roma per una commissione e poi alle dieci alle Terme di Caracalla per gli allenamenti. Quello è il luogo dove nel mio liceo facciamo educazione fisica in orario differenziato. (Come fossimo in un Campus americano! E neanche ci andava bene!) Arrivo e un amico mi chiede cosa ne penso di quel che è successo. Ma io non ne so nulla! E non si può improvvisare su una materia del genere. È chiaro che non ci saremmo allenati. In liceo c’è l’assemblea. Ovviamente. Ma stavolta c’è il silenzio. I leader di movimento, quelli che avevano la linea sicura per ogni cosa sono sbigottiti. Quasi cianotici. Si mostra sicurezza con argomentazioni del tipo “le Brigate Rosse hanno effettuato un salto di qualità nel loro attacco allo Stato”. Ho capito. E noi? Noi che volevamo mandare a casa tutti stì farabutti democristiani che facciamo? Che ci diciamo? Ma non era questo quello che volevamo! Potremo dire quello che abbiamo sempre detto davanti a questo attacco militare? Lo slogan coniato da Lotta Continua qualche giorno dopo - “Né con lo Stato né con le Br” - è chiaramente il contrario del vero. È chiaro invece che si deve fare una scelta. Se non fosse stata fatta automaticamente, saremmo stati dalla parte di chi sparava. IL nostro grido che più esattamente era un lamento, fuori dal castello, il nostro opporsi ai padroni del castello, chiede ora una transazione per entrare. Difendere! Difendere cosa? Non lo so, so solo che altrove c’è allucinazione ideologica, armi… Poco importa a quel punto di una regia americana, o sovietica, alle Brigate Rosse. Diventa solo spunto di riflessione il loro appartenere all’album di famiglia della sinistra – come scrive Rossana Rossanda. Poco pertinente anche ricollocare il terrorismo come partito armato (Pdup), quindi come realtà con una sua area di opinione, una sua area di militanza e una sua direzione politica, come gli altri partiti. Sono nemici! Oramai ogni sforzo di comprensione che deve tradursi in pratica politica è un lusso che non possiamo permetterci.  (…).

Avevo diciassette anni. Quel giorno finì la mia prima gioventù. Non solo la mia, di tutti quelli che si ritenevano “parte integrante” (come si diceva allora) di un mondo di cose nel quale era doveroso dire la propria, ribellarsi ma specialmente discutere. Anche gioire, ma di sceme gioie: di quei sipari che l’adolescenza imponeva a un clima di continuo scontro e competizione tra le parti. Gusti personali, modi d’essere, libri e film preferiti, ogni cosa era soggetta al confronto e anche il difendere quel sentirsi parte. Se eri impegnato non potevi sostenere un film di sola evasione. Se eri di sinistra non potevi apprezzare un libro dove il protagonista era troppo protagonista facendosi portatore di valori come famiglia, patria e altro…

Tutto questo continuare a misurarsi, ma anche al passionale confrontarsi, nel sentirsi sempre parte, arrivava improvvisamente al tramonto.

IL rapimento di Aldo Moro, l’assassinio della sua scorta, che preludeva alla prevedibile esecuzione sommaria, ci faceva capire che la ricreazione era finita. Non c’era più tempo per i distinguo, per il sentirsi parte di mondi totalmente immaginari (comunisti sì ma contro l’Unione Sovietica, democristiani sì ma probi e onesti, socialisti sì ma contro Craxi…). Si capiva, senza ammetterlo, che la fuga verso mondo immaginari poteva attenere tutt’al più a un mondo privato. Si capiva che si dovevano serrare le fila e stare tutti dentro a questo mondo. Quale mondo? Quello che ci garantiva il diritto allo studio, a una famiglia normale, un mondo dove era consentito modificare tratti della realtà rinunciando a cambiarla totalmente. E poi forse era anche giusto così. Chi ci aveva mai creduto veramente alla “trasformazione radicale dello stato di cose in uno stato socialista”? Così come, dall'altra parte del mondo dei giovani, si guardava veramente con favore all’autoritarismo di Stato? 

Che senso aveva immaginare mondi possibili? Quello dove eravamo già ci faceva il sangue amaro abbastanza.

E avrebbero intossicato la nostra vita ancor più di quanto avevano già fatto con la stagione degli Anni di Piombo che non si fermò a questo tragico fatto. Alcuni non vollero darsi per vinti e non accettarono lo schema dentro o fuori. Oramai era finito il nostro sentirci fuori. Bisognava invece affrettarsi ad aderire al paradigma. Scegliere se essere esclusi o inclusi. In guerra Tertium non datur. E noi dovevamo stare dalla parte che conoscevamo, dalla parte delle nostre origini, in un mondo che garantiva la “democrazia formale” e lavorare perché anche quella non diventasse un lusso davanti alla gravità dello scontro. Questo fu. E anche la Prima Repubblica, secondo me, è finita lì. Prima di allora la conventio ad excludendum era uno stato di fatto: fascisti e comunisti stavano fuori per il loro essere fascisti e comunisti ma in un asse politico che, problematicamente, poteva ammettere fasi di inclusione. Dopo di allora l’esclusione fu meccanica, sistematica, condannando il Pci al lento logoramento e all’Msi nel limitarsi al ruolo di testimonianza. Fin quando anche questo schema perverso saltò con Tangentopoli e i due mondi, prima esclusi, poterono aspirare al governo della cosa pubblica.

Ho evitato di accennare alla tragedia perdurata delle lettere e della loro interpretazione. Alle speranze, ai tentativi di mediazione col nemico. All’esito prevedibile ma non meno straziante. La tragedia fu che ci sentimmo tutti responsabili. Ad ammazzare Aldo Moro non erano stati solo quelli delle Brigate Rosse, chi li etero dirigeva, ma eravamo un po’ noi tutti. D'altra parte era in rispetto ai cinque poliziotti ammazzati la logica della fermezza. Quelli non avevano avuto scelta. Un boccone amaro da mandar giù. Per cosa? Per questo Stato, per il difendere questo stato di cose … Cosa sarebbe cambiato in caso di una evidente, chiara, trattativa culminata con successo per salvare una vita? Non sarebbe cambiato nulla? Ma è una convinzione che non è dimostrabile.