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20 gennaio - Etica
La teoria dell’invasione
Come negli Anni di Piombo ad eccitare l’immaginario della destra è la teoria della paventata occupazione barbarica


Tutti sanno che a sostenere idee forti di governo sono sempre intervenute suggestioni forti. Prima tra queste il pericolo della sciagura che arriva da fuori. Meglio definirla come timore dell’invasione, quindi della perdita di identità. La contaminazione con il crollo dello stato di cose, del piccolo benessere, si mostra – sebbene invisibile e indimostrabile – come l’argomento più potente per il cosiddetto “riflusso all’ordine”. Quale ordine? Un ordine premeditato, non ordine a priori, oppure un ordine che c’era e che si è perso… Nei nostri giorni la campagna di persuasione permanente giocata da Salvini ne è l’emblema. Si evidenziano come certi e indubitabili gli arrivi dall’Africa. I richiedenti asilo che scappano da condizioni drammatiche sono etichettati come autentici invasori e viene totalmente cancellata la loro condizione umana. Alla testa di questo movimento migratorio ci sarebbero volontà dei “poteri forti” che intendono annichilire il nostro sistema sociale e di organizzazione economica trasformandoci in una comunità di poveri disposti ad accettare le briciole in cambio della sopravvivenza. IL dato dell’anno appena passato riporta meno di diciassettemila migranti sbarcati in Italia. Più di diciassettemila sono invece arrivati in Spagna, in Grecia tredicimila. D’altra parte suona anche retorica l’idea di assorbire le contraddizioni di un mondo attraverso ingressi in massa in altri paesi. Fumoso parlare di “accoglienza” per un paese come l’Italia nel quale c’è il trenta per cento della disoccupazione giovanile. E tanto più appare inconsistente l’argomentazione per cui la storia è fatta di migrazioni: certamente hanno caratterizzato e caratterizzano gli accadimenti segnalati nella Storia, ma mai nei termini del travaso indifferenziato di popoli in altre realtà. D’altra parte dire “globalizzazione” significa anche dire questo: non solo merci, metodi e tecnologie che viaggiano da una parte all’altra del mondo, ma anche uomini. E tra questi non tutti sono portatori di professioni ed arti fruibili in diversi contesti. Questo per dire che in questa fase essere partigiano dei “buoni” o dei “sovranisti” funziona come un esercizio per lo spirito che non aiuta neanche un poco alla soluzione, come a vederci chiaro. Le denominazioni di sinistra e destra che denotano comparti di appartenenza esistenziale si ripropongono oggi su questo problema che però ha bisogno di razionalità, non di contumelie tese ad affermare le diverse identità.