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11 ottobre - Ricerca
"Dillo con un fiore"
Espressività corporea che traduce frasi e linguaggio mentale alla base del comportamento

Il cervello interpreta i gesti. E lo fa alla stessa stregua delle parole. La tesi di James Battey, direttore del National Institute o­n Deafness and Other Communication Disorders (NIDCD) è che i nostri antenati hanno imparato prima a comunicare tramite gesti e poi a parlare, come del resto avviene tuttora nei neonati. Lo studio lo si legge sui Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS). Secondo la sua ricerca l'evoluzione del linguaggio ha conosciuto la gestualità come scalino evolutivo. Lo studio lo si legge sui Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS).Del resto lo stesso linguaggio dei sordomuti utilizza le medesime aree neurali ascritte alla facoltà di elaborare e recepire il linguaggio. Il metodo di ricerca ha confidato sulla risonanza magnetica applicata a dei volontari nei quali è stata analizzata la reattività a gesti senza significato come a espressioni corporee di uso comune legati a una significazione specifica come, ad esempio, chiedere il silenzio con un dito sulla bocca. I gesti senza significazione codificata non attivano le aree neurali del linguaggio. Eppure vanno a vertere come i gesti e il  linguaggio ordinario a zone neurologiche come l'area di Broca nel frontale dell'emisfero sinistro del cervello e l'area di Wernicke posta nella regione posteriore temporale dello stesso emisfero.

La tesi somiglia a quella del primo Ludwig Wittgenstein quando nel Tractatus espose la sua teoria della rappresentazione per cui parole, come gesti, segni e simbologie sottostavano alla facoltà di connotazione che sovrintendeva alla configurazione essenziale del messaggio come atto atomico. Era questa lunità indivisibile. Nomi e cose esistevano in sola relazione alle proposizioni e ai fatti. Questa stessa capacità di connessione era quella che dava espressione al linguaggio ordinario come ai linguaggi codificati di tipo diverso. Anche il linguaggio della gestualità. Secondo la tesi del giovane Wittgenstein, quindi, per ogni messaggio corporeo, mimico-gestuale, dimensionale, iconografico Corrispondeva a una significazione precisa, quindi  doveva esserci la sua raffigurazione intesa nel senso del linguaggio propriamente detto. Ogni gesto aveva una traduzione, tanto che la gestualità, ma per molti versi lespressività in senso lato, corrispondeva a un metalinguaggio inutile.

La leggenda vuole che la tesi sia stata smontata in una conversazione tra il filosofo viennese e leconomista italiano Piero Sraffa. Mentre laustriaco gli spiegava il senso profondo della sua scoperta litaliano fece una smorfia tipica napoletana che consiste nel massaggiarsi il mento con la mano assumendo espressione perplessa. Questo gesto implicava al suo interno almeno tre tipologie di comportamento mentale nello stesso tempo: attenzione, incredulità o dubbio, timore di non aver compreso perfettamente quanto comunicato.

Pare che la provocazione si Sraffa dovette iniziare a far ricredere Wittgenstein.

Con buona pace della risonanza magnetica, le connessioni tra il gestuale e il significazionale-verbale non possono che esserci. Solo che già Wittgenstein in una conversazione in treno capiva che questultima sfera dellintendere e dellesprimere non poteva esaurire tutta la gamma di dare e produrre significati possibili.