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08 marzo - Quando la storia si narra in numeri
In morte di Ronchey
Saluto a un maestro da un allievo mai allevato perché in altra casa

Mancava al giornalismo da tempo. Alberto Ronchey non era scomparso da qualche giorno alla critica analitica. Aveva 83 anni. Se n'è andato senza salutare il 5 marzo e per sua scelta la notizia è pervenuta tre giorni dopo. Se fosse qui ci direbbe con l'aria secca e sardonica di sempre: "siete addormentati, non state sulla notizia, vi ho anticipato anche stavolta".
Laico nel profondo, fece parte della Federazione giovanile repubblicana fino al 1946 e la 'Voce Repubblicana' il primo banco di prova del suo talento assoluto per questo mestiere ingrato che in lui e in rarissimi casi universalmente ha trovato il senso profondo della missione etica a cui è vocato e al significato di testimone del suo tempo, il valore insostituibile.
Inviato de 'La Stampa' e poi direttore, nel '73 tornò a Roma, per poi entrare nella grande casa del Corriere della Sera. Nell'81 si dimettee approda a La Repubblica diventandone editorialista.
Forse è perché capisce che nel giornalismo aveva detto tutto, il motivo per cui accetta la nomina a ministro dei beni culturali nel giugno del 1992 con Giuliano Amato vedendosi confermato al dicastero da Carlo Azeglio Ciampi. Da ministro i suoi provvedimenti per la prima volta si sforzano di pensare a un sistema-cultura in Italia. La sua legge n.4 del 14 gennaio 1993 introduce il concetto di efficienza nei musei statali, biblioteche e archivi, con servizi di vendita di pubblicazioni e di ristoro. Come ministro ha il coraggio di andare controtendenza molto spesso: quando accetta la mobilità del personale per tenere i musei aperti nei giorni festivi o quando esclude la musica rock rock dall'Arena di Verona, così come la lirica da Caracalla e le bancarelle dagli Uffizi.
Ma Ronchey sarà ricordato nella nostra storia, di cui ha tracciato le linee più profonde con inarrivato senso critico, le parole "fattore kappa" per indicare la scarsa duttilità del sistema politico italiano bloccato dalla presenza di un forte partito comunista e dall'espressione "lottizzare" con la quale si intende la spartizione di nomine e incarichi sulla base dei rapporti di forza delle rappresentanze politiche di governo.
Ma da tempo manca al giornalismo, all'informazione, al sapere critico, alla cancellazione dei fondamenti che non siano dati oggettivi. Il suo stile scarno, scevro di ogni artifizio retorico, di ogni abellimento di stile è riuscito a insegnare poco, bensì ha lasciato un segno.
Ronchey non ha mai fatto parte di teatrini, si è sempre guardato bene dal misurarsi con interlocutori che non parlassero il suo linguaggio, quello della concretezza, della seria ricerca, dell'approfondimento storicistico anche su fatti successi da poche ore.
Un esempio di tale spessore che, solo per non offendere l'intelligenza storica, si può esitare a dire fosse tra i più grandi intellettuali conosciuti nella nostra epoca.
In queste righe, da un discepolo inautentico perché al tempo residente in altra casa, voglia accettare il saluto mesto. Ti sia lieve la terra.