ilnardi.it
20 aprile - Estetica
Notre Dame de Paris
L'incendio della cattedrale ci pone nuovamente davanti all'arte nella sua storicità con un atteggiamento contemplativo e religioso


Tutti sanno che Notre Dame dopo la devastazione della Rivoluzione francese (1789 e 1793) iniziò il primo restauro nel 1801. 
IL 1817 vide l'inizio della vera e propria fabbrica del restauro del tetto e degli archi. 
Nel 1831 esce il romanzo di Victor Hugo nel quale, in uno dei più celebrati racconti, raccontava del gobbo Quasimodo che terrorizzava Parigi ed era tormentato dalle campane di Notre Dame. Pare che si trattò di un grande avallo ideologico per ricomporre la grandezza originaria della chiesa la cui fondazione risale al dodicesimo secolo. IL restauro era quindi finalizzato a celebrare, non tanto la grandezza della Chiesa cattolica, quanto ricomporre una memoria storica. 
Nondimeno, contributi di un'età fiorentissima per le arti pittoriche concorrevano a dare un contributo per la ricostruzione della sua grandezza. 
Così facendo alcune unità strutturali furono modificate sostanzialmente. 
IL 31 maggio 1864 si arriva finalmente all'inaugurazione della nuova chiesa che ripropone il manufatto che appariva in modo diverso in molte sue parti da quello che era stato in origine.  
Durante il periodo della Comune di Parigi, nel 1871, la cattedrale è riaperta al culto. Continui restauri si sono avvicendati con le rituali polemiche storicistiche sulla sensatezza di riproporre sic et simpliciter contesti artistici oramai inesistenti.

Ora, il fuoco del 15 aprile che ha distrutto la guglia ed altre sue parti pone nuovamente la questione sul recupero. Perché nella nostra età il restauro sarà sicuramente teso a riprodurre l'aspetto conosciuto? Perché, come in pieno Ottocento, non si apportano parziali modifiche all'originale in un tipo di ricostruzione più consono allo stile di chi opera, vive, immagina e crea? L'Occidente ha totalmente abdicato alla prova con sé stesso nell'innovare, quando se ne pone l'occasione, ciò che arriva in eredità dal passato? Perché esiste un passato materico (opere d'arte, cose effettivamente realizzate) che non può esser rivissuto ma solo ricostruito? Rovesciando i termini, la stessa polemica, più sotterranea e per addetti al lavoro, arriva nei casi di grandi restauri: la Cappella Sistina, il Cenacolo... Secondo alcuni storici (opinioni non peregrine e non marginali) le opere andavano lasciate al loro degrado perché il restauro ne avrebbe sicuramente alterato l'integrità della loro essenza storica. IN questo caso, infatti, sull'opera si accetta il degrado ed in questo modo si rispetta la sua integrità. Un comportamento che si astiene dall'intervenire per il recupero che serve proprio a dare il senso al senso della Storia che declina l'originario aspetto per accettarne i segni, le rughe degli anni.

Sono posizioni che, in entrambe i casi, ravvisano nello storicamente determinato un punto di origine e anche di non ritorno. L'oggetto di Storia si scopre piuttosto come una reliquia da contemplare in laica preghiera.

Posizioni, queste, che rifiutano l'idea della continua riscrittura della Storia nei suoi aspetti più vari. Dopo Nietzsche è abbondantemente assorbita la consapevolezza che non esiste una Storia in quanto data per sempre, pena il cadere in forme di attestazione di fede religiosa. Nelle arti, invece, si vuole cristallizzare la Storia. Una posizione di forte scetticismo nella capacità di ricomprendere, di rimodellare, di rivivere, di creare nel nuovo anche in presenza dell'antico.