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02 giugno - Estetica
Noi che non siamo i campioni
Scarsa la finale di Champion tra Liverpool e Tottenham


Si dirà che è normale. La finale di una competizione così tesa e competitiva come la Champions presenta sempre quei tratti di tensione e agonismo strozzato che evidenziano in entrambe le compagini paura di vincere e timore di perdere.
Ma è anche vero che questo non è stato vero per tutte le finali di Champions League
La considerazione franca che arriva dopo questa finale è che altri team avrebbero dovuto esserne gli attori. Tra le semifinaliste, tutte erano meglio del Liverpool e del Tottenham
E la riflessione che di conseguenza nel calcio si trae sta proprio in questa ingiustizia permanente.
IL gioco del calcio ci piace perché al di là delle abilità singole e dell'organizzazione di gruppo, c'è la remota speranza che a vincere sia chi non se lo merita. Vincere vuol dire insaccarla di più. E per fare questo non è indispensabile essere necessariamente più bravo. Essere più bravo significa avere più possibilità di insaccare di più, ma non ne dà assolutamente la certezza. Perché il determinismo del gioco è sorretto dal caso: un imprecisione del portiere, una zolla di terra e un passaggio impreciso che agevola la ripartenza degli avversari, un cross che voleva essere un tiro, un tiro che voleva essere un cross ... E' la fiera della buona sorte (come sostiene il mio amico Daniele Rossi).
Ma per avere maggiore possibilità che ti arrida la buona sorte bisogna essere ben attrezzati e assurgere a ottime abilità individuali ... Ma pur sempre effettivamente determinato dalla buona sorte.
Ed allora quello che solletica nello spettatore non è lo spirito agonistico, individuale o di squadra. Quel che muove nello sport pedatorio e ci porta  a somigliare al fenomeno a cui si assiste è proprio una profonda sfiducia di sé stessi con la remota speranza che sia il caso a sostenere la nostra costante voglia di riscatto.
Vincere non basta. E' maggiormente importante il sentimento di noi stessi prima di partecipare all'eventuale sentimento di vittoria.
Vincere diventa poca cosa davanti alla consapevolezza di aver vinto pur non avendo i requisiti per farlo.
Ed è così che la sua fenomenologia spiega la sua fortuna. IL calcio appare lo sport giusto per la sterminata schiera di sconfitti prodotti dalla società. Gli stessi che trovatisi in piccole formazioni si ribellano al loro stato e protestano mettendo a ferro e fuoco intere aree urbane. Una rivolta di schiavi che prende coscienza che il panem et circenses non può bastare per compensare il loro stato di cattività. 
Ma è proprio per questo che in definitiva il football è un'attività liberatoria. Una pratica che se guardata esternamente ci consente di prendere coscienza, se effettivamente praticata ci permette di sentirci ciascuno agenti di democrazia (ciascuno un ruolo specifico, ciascuno individualità collocata in ambito secondo le proprie qualità e se non ci sono qualità c'è la porta e se non c'è neanche quella c'è il ruolo di arbitro).
Non solo quel facciamo ci somiglia ma anche quel che vediamo. IL sogno percettivo che ci lascia è proprio questo:
questa Europa somiglia al suo football. Vince chi se ne va. Vince chi è meno dotato.