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11 settembre - Estetica
Assassini di trame
Nel Martin Eden tramandato in film si celebra l'inconcludenza del cinema di oggi


Celebrato. Da Venezia, forte del trionfo, Marinelli arringa come fosse Meryll Streep a Hollywood: una diva che affronta d'impatto i mali del mondo.

Come vorrebbe fosse il suo Martin Eden. Ma come così non è.

 Trovo invece che si tratti di un patchwork dilettantesco in cui, collazionando immagini che si vuole emblematiche di persone qualsiasi, si voglia aspirare a grandi morali che però non sono esplicitate nella narrazione o che la narrazione non contiene. 

IL personaggio Martin Eden, a dispetto della ritrosia verso ogni organizzazione umana che inevitabilmente aspira al sovra-umano quindi a una nuova deificazione, non mostra altrettanta considerazione verso il singolo caso umano. 

La sua è una scommessa finalizzata esclusivamente alla sua promozione esistenziale che, una volta raggiunta, trova solo il nulla della volta celeste e niente altro attorno. Di qui la disperazione. Ma questo non è raccontato. Non è descritto. E' lasciato alla deduttività dello spettatore che invece si deve sorbire passaggi da bianco-nero semplice e virato in azzurro, tra ambientazione inizio secolo e anni Settanta, tra una contestualizzazione napoletana per nulla conseguente alla scelta che l'ha originata. 

Inutili i richiami a Spencer - come avrebbe effettivamente voluto Jack London - perché il filosofo naturalista non si piega ad esser raccontato nel contesto partenopeo. 

Quel Martin Eden marinelliano poteva benissimo dire quel che ha detto senza alcun riferimento dotto al filosofo e far viaggiare la trama in modo più lineare. 

Scontato, banale, piatto, il senso di fascinazione verso la classe colta che per l'arrampicatore Martin Eden rappresenta la vetta esistenziale da raggiungere - che però una volta raggiunta si trova come lontana, per lui indifferente, "umana troppo umana"

Ma è anche vero che da quell'ambiente lui è stato allontanato per incomprensibile incompatibilità. (Incomprensibile perché era molto più incompatibile prima). Quindi la sua appare come una ritorsione di colui che è stato cacciato via dalla festa. Però la sua rabbia inesplicabile e solitaria pare dare un messaggio: al di fuori della collettività e del senso di appartenenza - a una classe sociale, a una famiglia, a un sindacato, a un partito - l'uomo, individualisticamente, è destinato alla disperazione e al fallimento. 

Solo così si spiega il piacere della rimembranza: le immagini da bambino in cui balla con la sorella. 

Quindi tutto si risolverebbe verso una confutazione dell'individualismo spenceriano oppure al monito verso il tentativo di salire su questa più elevata vetta dell'esistenza? Non ci è dato saperlo. IL film non ce lo dice. Ci lascia solo con la massima: "Lo scrittore che sono io non esiste"

E allora l'io esiste? 

Se non esiste neanche l'io: è perché è stato ammazzato dallo scrittore che ha capito il suo non sussistere al di là di stati di cose? 

Oppure l'io invece esiste e la sua è la disperazione di chi si accorge di esser rimasto senza maschera? (Quindi non essente). 

Tutti quesiti rimasti sospesi e lasciati invece al patchwork intellettuale di frasi e scenette messe insieme e cucite per arrivare al prodotto film. La trama, sotto il profilo della struttura narrativa, è insostenibile. 

Questo perché è anche impossibile raccontare una storia che abbia il verso di una narrazione? Anche questo rimane sospeso. 

IL protagonista continua a mandare racconti che vengono rigettati e poi d'incanto recepiti dall'editoria. Perché? Ed è il quesito che rimanda costantemente. Perché Martin Eden?