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16 febbraio - Estetica
IL-re-morto
Ultima replica al teatro San Genesio in Roma del capolavoro di Ionesco


"Viva il re". La conseguenza logica dell'asserzione "il re è morto" muore insieme alla morte del sovrano. Questo avviene perché il re consiste nell'allegoria dell'attuale, nella trasmutazione in Dio, nella possibilità che ci sia una Storia. Quindi l'addio alla vita consiste alla rinuncia di qualsiasi ragione o ragionamento in grado di giustificarla. IL re quindi è una figura carica. Nella sua venuta meno si ripete il consolidato modulo della fine di ogni esistenza possibile. Non solo quella del re come persona. Tutto questo perché, come è vero che l'essere è essere percepiti, al momento della cancellazione dell'esistenza reale viene negata ogni esperienza possibile. Se la Storia non può essere raccontata è finita l'idea del mondo. Finito l'uomo si conclude in lui ogni altra esperienza possibile. E ciò per due motivi. 1) Perché l'esistenza ha senso solamente coniugata nella prima persona singolare. Se muore l'io muore ogni possibilità di ascolto. 2) L'altra ragione è che - essendo il re l'allegoria della possibilità di dare un racconto, ma anche dello stesso Dio - la sconfitta dell'età contemporanea consiste nell'impossibilità di sostituire con alcunché la sua morte. E questo perché se accettassimo semplicemente il divenire della Storia come sostitutivo della fissità di qualcosa di un governo superiore del mondo, avremmo semplicemente un sostituto di quella figura di 'Dio morto'. E ciò sia come credenza che come speranza. Quindi alla morte di quel re non potremo gridare "viva il re" perché è caduta con lui la possibilità di governo del mondo in cui consiste l'allegoria della sua figura. Ma neanche possiamo dire sensatamente che "il re è morto". La copula tra l'essere dello stato di cose e la morte implicherebbe comunque un'esistenza - pur fosse questa l'esistenza del nulla. Nel finale infatti l'autore non rinuncia a calcare il senso di angoscia del distacco alla vita. Come Ingmar Bergman nel Settimo Sigillo non vuole cadere in una versione consolatoria. Che non si dica, secondo il famoso distico greco: "la morte non è perché quando è lei non sono io quindi la morte non esiste". La contemporaneità è compenetrata nella morte, ma questo non deve valere come consolazione. La compagnia di personaggi impegnati nell'avventura attoriale che per una settimana ha portato l'opera al teatro San Genesio ha perfettamente colto ogni aspetto della scrittura teatrale. Con Paolo Della Rocca nel ruolo del re declinante verso il sofferto passaggio al nulla, dove la regina Margherita (Valeria Cecere) lo incoraggia al passaggio esiziale, mentre l'altra regina Maria (Carla Jacuzio) che non accetta il verdetto del destino lo esorta invece a resistere nel mestiere assurdo di vivere. Con Juliette (Consiglia Nacci) e La Guardia (Paolo Frusone) a scandire i passaggi e attestarne il commento della Storia, come fossero il coro moderno in una tragedia greca che si invera con la rappresentazione eterna della drammaticità dell'esistenza. Solo che nell'attuale c'è una voce insindacabile: la scienza, il sapere e la sua unità. E' il medico che si pone come portavoce del destino (Roberto Khoj Giovinazzo). E in tema di nulla, l'adattamento e regia di Adriana Trapanese non ha aggiunto nulla all'originale di Eugene Ionesco. Si è limitato per sua stessa ammissione a piccoli tagli per rendere maggiormente fruibile l'assimilazione dell'opera.