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15 marzo - Etica
IL giorno dopo
Nell’escalation della paura proporzionale all’allarme i primi calcoli ponderati su quello che questa fase ci insegnerà


L’oggetto da vincere a cui è stato dato un nome – Covid-19 – è sconosciuto. Non ci è dato sapere come combatterlo, se non con profilassi di alterno successo. Su di lui ancora non ci sono le informazioni che servono per abbatterlo. Oggi più che mai si conferma l’asserzione che arriva dalla cultura scientifica analitica di primo Novecento: “noi non abbiamo proposizione sacrosanta” (Neurath). Sul fare si conviene, ma solo in apparenza. La scienza è divisa. La politica è divisa sulle misure da prendere. La scienza non riesce a dare una versione che convinca del tutto sé stessa: da una parte i sostenitori dell’austerità, dall’altra – minoritari - quelli dell’immunità di gregge. Ma tutto è modificabile. Quel che oggi è adottato domani potrebbe non valere. Ogni conoscenza è provvisoria perché superato il piano della certezza. L’unica certezza è che ci si ammala. Ma mentre ad inizio Novecento la messa in discussione riguardava metodi, strutture conoscitive, sistemi di pensiero, oggi a sfuggire è l’oggetto di cui ci si occupa perché ne è sconosciuta la fenomenologia. Ma l’ignoto oggetto di conoscenza (il nuovo virus) appare ancora più distruttivo nel sistema conoscitivo perché incrina il sapere finora sorretto sulla tecnologia. Nell’incapacità a dare una proiezione alla soluzione dei problemi, quale credibilità assume tutto l’insieme dell’impianto conoscitivo? “Chiaro – si dirà – finora il binomio scienza-tecnologia è stato in grado di dare risposte ed è lo stesso che è stato in grado di ri-conoscere l’oggetto ignoto (il virus), quindi questa stessa metodologia darà risposte oggi e domani”. Ma come non possiamo riconoscere questo ragionevole convincimento in una nuova proiezione di fede? La fede precedentemente conosciuta cede totalmente il passo alla nuova. ( La Santa Messa, in prima deliberazione del Papa, viene sospesa. La cristianità non può più ri-conoscersi nell’abbraccio con Cristo nella speranza della salvezza ). L’unica speranza di salvezza è deputata alla corsa contro il tempo per arrivare al farmaco curativo oppure al vaccino. Non c’è altra salvezza. Tutti i nostri sistemi di vita sono messi in discussione. Ma a fare le spese nell’affermare la tecnologia come nuova fede non è tanto la vecchia “fede” propriamente detta (le chiese infatti riaprono, il Papa afferma: “i sistemi drastici non sono sempre buoni). A declinare il suo spazio di portatore di sapere è proprio la scienza. La scienza, intesa come ricerca, come gioco di confutazione e raggiungimento di versioni sempre più verificate, si divide, è incacapace. La tecnologia si afferma in modo assoluto. E anche quando non dà risposte si cerca di interpretarla. Da una parte la versione compassionevole, di maggioranza: cambiare i nostri sistemi di vita, fermare la produzione, sospendere le libertà costituzionali. Dall’altra abbracciare l’idea della immunizzazione di gregge: la credenza che solo la diffusione libera possa creare naturalmente gli anticorpi, in attesa dell’arrivo del caldo estivo che come l’inverno per Stalin avrebbe fermato l’avanzata dell’esercito tedesco. IL mondo della tecnologia quindi crea due partiti. Coerentemente alla tecnologia tra questi due partiti non c’è dialettica. Ciascuno governa il suo stato di cose e le soluzioni che verranno non necessariamente daranno ragione all’uno o all’altro. Oltre ai due partiti sul fare – il rigoristi o il gregge – il coronavirus evidenzia anche una verità dei nostri rapporti che corrono in autotutela perché scoprono che l’ignoto esiste veramente e riguarda la prosecuzione della loro effettiva vita. Davanti a una messa in discussione di questo tipo anche la cancellazione delle elementari libertà diventa una bazzecola. Nessuno discute sulla sua incostituzionalità. Nessuno ricorda che le dittature nascono sempre per motivi di forza maggiore. Sempre il coronavirus fa abbracciare idealmente ad un accordo ideale rastrellando il sentimento patrio che sembrava un ricordo. Ma la cosa più importante è che il coronavirus ci fa capire come è fragile la struttura delle cose che ci governa e il sistema di tutele. E allora la sentenza consolatoria: “In qualsiasi modo finirà ne usciremo più forti”. Ma l’esperienza ci ricorda che anche queste conquiste di consapevolezza sono sempre brevi. La conoscenza dei luoghi del vuoto sarà la testimonianza che resterà di questi giorni.