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23 marzo - Etica
Storia di un'epidemia evitabile
Prima che sia sconfitta, mentre si scommette su quando finirà, si iniziano a individuare le falle dell'italico non-sistema


Il primo paziente di Codogno non era il contagiato 1. Era solo il primo paziente. Ma quella era solo la prima diagnosi. Ricoverato il 20 febbraio, stava male da giorni. È l’inconsapevolezza nel convincimento che Wuhan sia lontana ottantamila chilometri tali da costituire zona di salvaguardia a rafforzare la continuazione del beato perseguimento del benessere sociale. Quando con viaggi, rapporti di lavoro, frequentazioni si è capito che era arrivato da noi era troppo tardi. Nondimeno c’è chi va in montagna, chi per il fine settimana irrinunciabile dopo una settimana di lavoro. E di questo si pone a beato delirio di onnipotenza. La Milano da bere la dà a bere anche alla paura. Ma la paura arriva sempre come conseguenza oltre che come causa. Ci si ammala e come! Quando la consapevolezza è res omnium è troppo tardi. Non solo. Non si fa quel che si dovrebbe. - L' Esempio Cina per i fautori del partito di maggioranza assoluta che vuole creare aree di isolamento per i malati e autentiche zone rosse territoriali non riesce ad esser conseguente a sé stesso: si dovrebbero isolare ogni focolaio. Isolarlo in modo assoluto. Predicare l’arresto del contagio non ha senso se i momenti di possibile diffusione non vengono isolati - Ma nell’ hinterland milanese il dinamismo è una caratteristica che per troppo tempo ha distinto quell’area. IL protocollo di intervento non c’è: non si riforniscono gli ospedali di dispositivi, non si preparano i medici di base, E sono gli stessi ospedali i luoghi del contagio. Più malati di coronavirus nelle strutture sanitarie maggiore è la possibilità di contagio per tutti. Ma a dare una mano al virus, probabilmente, è anche il pessimo impianto di areazione in dotazione nell’ospedale. Non si fa quello che è stato fatto a Codogno. Perché? Ma c’è un sospetto ferale. Che a causare questo sconquasso in Lombardia sia proprio la sanità privata. I centri privati guardano con preoccupazione la proclamazione dell’area ad emergenza sanitaria perché sarebbero costretti a fare la loro parte. Convertire una clinica organizzata con fini di lucro è una cosa, realizzarne centri di assistenza ventiquattrore su ventiquattro è tutta un’altra storia. E poi i respiratori! Non ce li ha nessuno. L’organizzazione poi. Nessun centro privato può metterli in piedi. Bisogna minimizzare nella speranza che il tempo faccia il suo corso. E poi chi verrebbe a dirigere le operazioni di assistenza ai malati? Ma gli ammalati in casa possono essere celati. Quelli in strutture private no. Come si gestiscono le cosiddette “improvvise crisi respiratorie”? Me specialmente quando si effettuano in gran quantità? Chi ce li ha tutti questi respiratori? Lo stesso nelle cosiddette case di riposo. A Mediglia muoiono cinquanta anziani. Ma i numeri che si danno sono complessivi. Uniformanti. Senza nessun indirizzo tale da poter fornire indizi. E prima di capire tutto questo quanti parenti sono andati a trovare questi anziani? Ma in Lombardia non si capisce. Non entra in testa il fatto che bisogna fare subito degli ospedali di campo, bisogna occupare le strutture private e organizzarle per dare centri di accoglienza. Anche il numero dei morti è aleatorio. Nessuno di questi si comprende la vera causa determinante. Non si fanno i tamponi per cui nessuno sa quanti sono i contagiati. Anche perché se si sapesse effettivamente probabilmente si capirebbe che il coronavirus ha già vinto, ha già preso la maggioranza di noi. E l’unica speranza consiste nel nostro sistema di anticorpi perché se aspettiamo i tempi della nostra sanità stiamo freschi. L’unica corsa che coglie qualche speranza consiste nel trovare farmaci già in dotazione – quindi abbondantemente testati sugli uomini – che in dosaggi specifici riescano anche sconfiggere il male. L’altra speranza consiste nell’arrivo del Generale Caldo. Sì il caldo. Come Stalin confidava nel “generale Inverno” davanti l’avanzata dell’esercito tedesco. Accanto a questo – come suggerisce Ilaria Capua – consiste nel fatto che ciascuno di noi sviluppi degli anticorpi tali da far diventare, nella stragrande maggioranza dei casi, il coronavirus come un raffreddore. Ci sono realtà presunte ci sono speranze proiettive. IL resto sarà raccontato dalla nostra Storia. Ma la narrazione principale dovrà consistere nel dare indicazione delle cose che nella nostra ordinaria vita sono cambiate.