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15 aprile - Etica
Riproporre una moderna odissea
La condizione claustrale potrebbe incoraggiare il cimento con un’opera immortale ma non è così


Nel tutto chiuso nelle case si fa un gran parlare di ciò che c’è fuori dalle case: dal contagio del virus ai trasgressori in giro per strada fino al papa che fa messa nella piazza vuota. C’è il vuoto pieno degli esterni e il vuoto mancato degli interni. Come spendere le ore in casa. Fare ginnastica. Le videochiamate. Con gli accessi alle naturali pulsioni segregate si avanza anche la falsa e mentita esortazione affinché si aprano le librerie. Per fare cosa poi? Consultare e comprare libri mai letti. Piuttosto occasione leggere veramente quelli in casa mai aperti. Tra questi quel mattone di cui si parlava negli anni degli studi con grande rispetto e quasi venerazione. Quel libro ostentato ed eternamente intonso. L’Ulisse. L’avventura della mente che è mai seconda di quella lanciata nell’esistenza reale. Un libro che bisognava avere ma di cui molto pochi hanno osato addentrarsi. Riesce a raccontare senza l’obbligo del concetto. È non racconto. Eppure c’è una grande ingegneria del pensiero che deve trovare una mediazione sapendo bene che questa mediazione non c’è. Ulisse consiste in immagini in movimento. Rendere tutta la banalità dell’esistente attraverso un’altra scrittura. La banalità dei personaggi ha bisogno dell’interpretazione del lettore perché non c’è. In tal senso somiglia tanto alla vita in clausura. È tanto diversa perché quest’ultima sta tutta in proiezione di una vita che non c’è mentre nella vita di Mister Bloom c’è solo il percipiente ma te ne accorgi attraverso il nominare il percepito. Un’esercitazione che fa bene a chiunque. In quarantena o in semplice clausura. Costrizione forzosa, occasione di recupero di spazi che si ritenevano ovvi o semplicemente alla portata. Passi che diventano miglia. “Be’ no, disse Bloom. A dire il vero debbo andar nella contea di Clare per certi affari privati. Vede, l’idea è quella della tournée nelle piazze maggiori. Se uno perde qualcosa in una città lo recupera in un’altra” (Ulisse, pag. 126, ed. Einaudi). Senso di morte trasferito al rappresentarsi per allontanare ogni coinvolgimento. “È arrivato qui prima di noi, morto com’è. Cavallo che si volta a guardare in giro col suo pennacchio tutto di traverso. Occhi smorti: cavezza stretta al collo, che premeva su un vaso sanguigno o qualcosa del genere. Lo sanno quel che trascinano qua tutto il giorno? Devono esserci venti o trenta funerali al giorno. Poi il cimitero di Mount Jerome per i protestanti. Funerali in tutto il mondo ogni momento. Li scaricano giù a carrettate uno via l’altro. Migliaia ogni ora. Troppi in questo mondo” (Ulisse, pag. 137) …