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09 aprile - simboli
Dalla vera parte di un malcapitato
L’esito finale della vicenda Cucchi rovescia totalmente il quadro dei vincitori e vinti mostrando che il processo mediatico è il quarto grado di giudizio sulla realtà


Ora che il processo penale si è concluso, con lui quello mediatico, il nuovo quadro che rimane è quello dei vincitori e vinti. E tra i vincitori finali è difficile inserire il povero ragazzo che ha trovato la morte a seguito delle botte prese nel comando dei carabinieri, come dice la sentenza.

Assai più probamente però l’inchiesta avrebbe dovuto indagare su quanto è successo in ospedale quando il ragazzo è stato sostanzialmente abbandonato a sé stesso.

E ancora: i fari dell’inchiesta giornalistica, al di là della vicenda giudiziaria, avrebbero dovuto mettere in rilievo il comportamento della famiglia. La stessa, che oggi ha mosso la requisitoria più forte, dovrebbe fare i conti sul suo silenzio quando invece il ragazzo aveva bisogno di aiuto e lo chiedeva a modo suo: quando durante i primi giorni di detenzione è stato letteralmente abbandonato senza un avvocato che venisse a dargli una mano, quando in ospedale poi ci si è trovati davanti all’inevitabile.

Sì, perché gli eventi che si concatenano l’un l’altro non aspettano i tempi morali della comprensione e della ricongiunzione presso l’idea complessiva di una vicenda in cui i contorni prima delineati nettamente in bianco e nero poi trovano i necessari valori di grigio.

Ora che la ricostruzione è istituzionalizzata in una sentenza passata in terzo grado di giudizio, la vittima non mostra di avere trovato giustizia, neanche quella morale o l’identità ricostruita di una vicenda semplicemente molto sfortunata. Decisamente mal capitati appaiono quelli che hanno alzato le mani, hanno prevaricato, hanno esorbitato dalle loro prerogative di uomini d’ordine.

Un enorme baco nel sistema è quello che esce in tutta la sua evidenza. L’immagine dell’Arma ne appare macchiata in forma indelebile. Ed è riduttivo riportarlo ad una vicenda singola terminata tragicamente. C’è il legittimo sospetto di molte altre vicende che non hanno conosciuto l’onore delle cronache e tanto più di un esito così indiscutibile.

Ma il macigno in casa Cucchi non si alleggerisce. Il senso di colpa formato sul fatto di aver escluso il ragazzo per due anni dalla vista dei nipoti, il non essere andati in soccorso al primo fermo – probabilmente ingiustificato o almeno eccessivo in cui il ragazzo pagava terribilmente per i suoi eccessi caratteriali. Quel macigno che si chiama “senso di colpa” che si è prodotto in anni di lotta strenua non va via neanche con la vittoria riconosciuta in ogni sede giudiziale.

La vicenda di Cucchi potrà però avere il valore positivo di restare come emblema di tanti ragazzi lasciati soli, senza difesa, colpevoli di un’evidente insofferenza alle regole, pagano troppo cari gli effetti del senso di rifiuto che arriva chissà da quale altro stato di cose.