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01 maggio - Etica
Primo maggio 2022
Liberare il lavoro ma anche liberarsi dal lavoro


IN questo inizio di terzo millennio sono saltate le categorie fondanti della cultura condivisa che sono state pilastro della pratica effettiva della politica, quindi della democrazia organizzata.

In solo quindici anni si è passati dalla rottura del vaffa alla paura per la pandemia, fino all’incertezza per la guerra. "Incertezza" che sussiste nello stesso ruolo del punto osservante: la stiamo vedendo come esterni la guerra ucraina oppure siamo già coinvolti?

E tra le incertezze: 1) quale ruolo della nostra democrazia organizzata? Può il Primo ministro decidere se mandare le armi? Non spetta al Parlamento? Si tratta di vero e proprio coinvolgimento in una guerra?

2) Una riforma come quella dei doppi cognomi può essere data dalla Corte Costituzionale quindi da un organo di controllo giurisdizionale? Dove è finito il potere legislativo?

3) Esiste ancora un solco tra verità di fatto e verità di ragione? Oppure ogni cosa è relegata al relativismo di chi osserva?

È questo lo sfondo dal quale sprofonda ogni tentazione di tornare al realismo. Riportare al problema delle disuguaglianze, delle morti nel lavoro, del lavoro sottopagato, significa incondizionatamente tornare a dimensioni di inoppugnabilità delle ragioni. Significa togliere il margine ai distinguo. Non c'è limite al gioco dei paradossi rappresentati da posizioni unilaterali e fascinose. E invece una morte sul lavoro consiste in un dato puro e semplice. Non consente sfumature né diverse interpretazioni. Lo stesso: il lavoro sottopagato. E così gran parte delle questioni riguardanti il lavoro.

Il rifiuto della tematica fa parte integrante della negazione del realismo. Una realtà che non è realtà, ma immersione nella diversità e sprofondamento nella soggettività, non riesce a vedere quel che è reale come unica, vera, sorgente di discussione. (E, in fondo, si risponderà, lo stesso realismo consiste in una prospettiva a cui ciascuno dà diverso spessore e proiezione analitica. Pare proprio non esserci speranza di uscire dall’esplosione del difforme).

Il viversi nelle differenze non aiuta la crescita delle diverse soggettività ma sconta il lutto per quel qualcosa che però non è morto e non si capisce come sia finito nelle tendenze dialettiche. Il ‘senso del mortum’ non esplicato - o non ancora espresso - si esprime attraverso il sentimento diffuso del rancore.

Con l’espressione “rancore” si intende quello della famosa frase di René Girard: “il rancore è il lutto per ciò che non c’è stato”.

Ad aver mancato l’appuntamento con l’esistenza reale è proprio un aspetto del realismo, quale è quello del lavoro inteso come evidenza della produzione vera e propria e come manifestazione dell’attività: non come sopraffazione determinata da operazioni finanziarie, dettate a loro volta da algoritmi come i calcoli della tecnica.

L’assenza di questa che si evidenziava come vera prospettiva per l’umanità non manca di sopire nella coscienza inespressa per far emergere quell’animosità chiamata da René Girard, come “rancore”. Superare questa fase – evidenziata sui Social, come dice Pasquale De Rita nell’intervista pubblicata su L'Avanti (30 aprile 2022) – risponde alla vera missione del concetto di lavoro, oggi. Liberare la sua centralità, nella quotidianità, recuperare il realismo e nel reale proiettare le energie, oggi, gestite solo nella sfera della soggettività.

Ed è questo il significato di “liberare il lavoro” e, diversamente “liberarsi dal lavoro”. Superare questa barriera come costrizione necessaria per avere una proiezione di sé. Bensì, riportare appieno la sua dimensione di progetto e di cambiamento di quel che c’è.