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27 aprile - martello
Thor, un eroe in ginocchio
Quando il mito va a braccetto con la tradizione letteraria occidentale

Il dio del tuono rivisto da Kenneth Branagh ha i caratteri più evidenti di un bullo che esce dal quartiere malfamato dove regna violenza e sopraffazione per conoscere la realtà più sfaccettata del mondo e in definitiva l'amore della bella Natalie Portnam. Ma questo quartiere malfamato dove c'è l'insidia di un fratello ambiguo e nemico è Asgard, l'Olimpo di dei nordici belligeranti e capricciosi. Dovrebbero regolare l'armonia nell'universo, almeno per le nove galassie sotto controllo e invece loro stessi non riescono a salvaguardare i rapporti diplomatici con il popolo di sottomessi pronti a riprendere la guerra. La conseguenza non può essere che la devastazione. Solo che il mitico Thor è senza armi e poteri. Diventato poco più di un bullo di quartiere caduto in amore non ha punti di riferimento esistenziali né comporamentali. Come il Chatwick di "Che ci faccio io qui?" si fa la stessa domanda e se non arrivassero gli amici e la mano della provvidenza a ridargli il martello la sua fine sarebbe segnata. Ha il merito però di cercare la sua fine trovando nell'onore di una sconfitta in duello che somiglia a Mezzogiorno di fuoco tutto il suo trasporto di eroe irriducibile. Anche se la sua virulenza, il testosterone, la voglia di pugnare sarà ridimensionata dalla scoperta della condizione umana in cui ha conosciuto non solo l'amore, ma probabilmente il dubbio, la ricerca, la meditazione. Questo Dio del Tuono si allinea quindi in letteratura nel solco dell'angelo caduto che ricorda tutta una tradizione germanci che fa da Rilke, Rimbaud, Kafka, Garcia Lorca. Nella pittura da Paul Klee, Marc Chagall e Max Ernst. Ma a differenza di quegli angeli, Thor ha perso la coerenza nel suo mondo. Un mondo dove l'onore, la dirittura morale, l'abraccio delle armi ha il sapore antico dell'unica forma di esistenza. Il dio senza macchia e senza peccato subisce il tradimento, quindi diventa uomo. Come tale rimane perduto sulla Terra, perché incapace di esserlo. Deve trovare il riscatto solo nel duello finale per trovare la sicura morte e salvare il popolo che ha iniziato ad amare, i terrestri. Il suo smarrimento nel riconoscere il nuovo però non commuove. Appare piuttosto il disorientamento di un guerriero che deve trovare nuovi punti di riferimento. Lo scontro con il mondo moderno, a lui inferiore, non lo può vedere che esistenzialmente soccombente, anche se vincitore nella guerra. La sua confusione si traduce però in nuova consapevolezza dove l'antico torna a svolgere un ruolo: la saggezza del padre ha un valore aggiunto di cui il giovane dio troppo facilmente riteneva di prendere le mosse, L'immagine malinconica della sua solitudine lo trasforma immediatamente in eroe moderno. Thor è un angelo che ha perso l'unità della visione. I nuovi panni di angelo dello sradicamento, di angelo caduto, faranno di lui un nuovo combattente.