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16 luglio - Luci
Quando la morte porta doni
Il 13 luglio è rinato Harry Potter, ma è l'ultima volta

Potrebbe essere scambiato per un ribaltamento di valori etico-scientifici. I doni della morte che è uscito nelle sale italiane ribalta i termini comunemente intesi per ciò che è considerata universalmente come l'inquietante fine delle cose finite. E in tal senso la lezione di Harry Potter aggiunge qualcosa non solo alla letteratura, alla ricerca di consolazioni raffigurative, ma anche alla necessità di percepire la morte come un evento sempre possibile, quindi immanente, quindi presente nelle cose di tutti i giorni. Il suo essere presente, l'avvertirla come possibilità, è un regalo che ci fa per renderci partecipi del vero senso, insostituibile, della vita.

La morte qui non è semplicemente una poetica presenza. Si presenta come possibilità di soluzione, come estremo sacrificio per stroncare il male che non si limita a stare dallaltra parte della barricata, ma fa parte della soluzione. Eliminare il male è possibile capendo che ci somiglia molto più di quanto immaginavamo. E come succede nelle sperimentazioni in medicina bisogna trovare lo stesso elemento da inserire nellorganismo per distruggere il male che gli si annida. I due elementi si elidono e si distruggono lun laltro. Il dono della morte è questo. I due antagonisti, positivo e negativo, debbono autodistruggersi perché lorganismo viva. E non importa se uno dei due termini, il positivo, è Harry Potter. La scuola, la comunità, la società, gli affetti, i buoni sentimenti debbono sopravvivere.

In quest'ultima metà del settimo episodio nella saga del piccolo mago, si entra fortemente nella presenza dell'Altro, indicibile. Tanto che è "Colui-che-non-deve-essere-nominato", Lord Voldemort, il male assoluto, come qualcosa che fa parte integrante del bene assoluto: Harry Potter. Ma il piccolo mago non potrebbe essere il grande Salvatore che sacrifica sé stesso, se non avesse in sé il male assoluto.

Si configura in Harry Potter la fisionomia di una personalità bipolare. Ma una personalità richiama l'altra e non perché semplicemente il bene ha bisogno del male, e viceversa, come condizione necessaria per esistere. Ma i due condividono un tratto esistenziale molto delicato. Le due figure però sono allinterno di Harry Potter, il bene che per essere veramente tale deve comprendere in sé stesso il suo contrario. Ma cè una ragione in più. Harry Potter per essere veramente eroico, per combattere la parte oscura non può fare a meno di utilizzare la parte oscura di sé. La sua capacità speciale consiste nell'averla messa fuori e utilizzata a suo servizio, in un certo modo dominata. Ed in questo, solo in questo consiste la sua vittoria.

Il motivo della sua vittoria, invece, non consiste semplicemente in questo. Harry Potter fonda la sua forza anche sulla sua comunità, nei suoi amici Ron ed Hermione, nella solidarietà degli altri che credono in lui. Il suo nemico che non nomineremo unaltra volta è solo. Così come solo rimane chi decide di rimanere nellombra e nel finale riscatta la sua fisionomia di nemico per apparire profondamente solidale. È Severous Piton, un personaggio che comprendere bene nella trama narrativa di tutta lopera di sette volumi è molto importante per il valore suo educativo. Piton è ladulto vissuto come nemico che invece riscatta totalmente la negatività con la quale strumentalmente si era presentato da Harry per entrare nella via luminosa della verità.